La vigilia della ventisettesima ricorrenza della strage di Capaci nella quale persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro è stata caratterizzata da forti tensioni. Sempre si è posta l’esigenza etica di evitare la retorica ed i riti meramente celebrativi. Ma quest’anno le polemiche sono state più accese, in particolare per la partecipazione del ministro degli Interni Matteo Salvini e di altri ministri.

Mancheranno vari soggetti rappresentativi di autorevoli istituzioni siciliane. La defezione di alcuni viene motivata col timore che si possa trasformare l’evento in un comizio pre-elettoreale. Altri sostengono che questi ministri abbiano ben poco titolo per parlare con la presunzione di spiegare come si combatte Cosa nostra a chi da mezzo secolo “si scortica l’anima” nel tentativo di liberarsene. Più in generale si teme il clima velenoso che si è creato nel Paese attraverso lo stillicidio quotidiano di manifestazioni di odio, in alcuni casi persino alimentate da chi avrebbe il dovere istituzionale di opporvisi. Col pericolo che questo clima si ripercuota – deturpandolo – sul ricordo di Falcone e di quanti sono stati trucidati con lui a Capaci.

La replica è che i ministri vengono ogni anno (a prescindere dal governo) a rappresentare lo Stato che commemora i suoi caduti. E fin qui tutto bene. I valori della democrazia vanno praticati sempre. Anche quando è scomodo e affiora la tentazione di farsi da parte per non “contaminarsi”. Se è vero che gli assenti hanno sempre torto, occorre stare “sul pezzo”, senza lasciare pericolosamente liberi spazi che vanno occupati con il dibattito e il contraddittorio, i migliori antidoti del qualunquismo e dell’odio. Ma c’è un problema, là dove la replica alle critiche non convince per niente, sostenendo che la “scelta degli interventi è stata operata dalla Rai che cura la diretta”. Perché proprio qui si annida il rischio di uno show elettorale di dubbio gusto e di corto respiro, senza spazi per tutti. L’antitesi di quanto meritano le vittime di mafia, che operando come hanno operato in vita, e sacrificandosi fino alla morte, hanno restituito lo Stato alla gente, che così riesce a dare un senso alle parole “lo Stato siamo noi”. Mentre sono miopi e fuorvianti i tentativi – in ogni commemorazione – di strumentalizzare a uso e consumo di una fazione quell’impegno e quel sacrificio.

Il discrimine fra comparsata e presenza significativa non è difficile. Basta ricordare le parole con cui proprio Giovanni Falcone denunziava “una singolare convergenza fra interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della Cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti che vanno ben al di là della mera contiguità e che devono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina”.

Dicano i politici che interverranno a Palermo in occasione di questo 23 maggio che cosa faranno concretamente su tale versante tuttora aperto, per voltare davvero pagina. Lo dicano anche quei magistrati che spesso hanno straparlato di “metodo Falcone”, per bocciare arbitrariamente i processi agli imputati “eccellenti” che essi non amavano fare e altri invece hanno fatto. Tacciandoli (senza arrossire) come buoni solo per “mettere alla gogna gli imputati” e per ottenere “condanne solo sulla stampa”.