10 gennaio 1987: sul Corriere della Sera esce, a firma di Leonardo Sciascia, l’articolo I professionisti dell’antimafia, destinato a suscitare scalpore. Con profetica lungimiranza lo scrittore di Racalmuto parla del rapporto tra popolarità politica e lotta alla mafia, dell’antimafia adoperata con spregiudicatezza come strumento di carrierismo per accaparrarsi consenso pubblico, muove un’invettiva contro quei sindaci che partecipano ai cortei antimafia ma nelle loro città poco fanno sul tema, arriva a criticare il Csm sui principi delle nomine – tema questo che sarà frainteso, perché riguardava Paolo Borsellino col quale poi avrà un chiarimento, giacché la sua posizione non era contro il singolo ma riguardava la mancanza di trasparenza, la discrezionalità, l’arbitrio.

13 maggio 2019: Roma, Camera dei deputati. In una conferenza stampa inquietante per i temi trattati, la vicepresidente dell’antimafia Jole Santelli, Giorgio Mulè, portavoce parlamentare dei gruppi di Fi e Roberto Occhiuto, vicepresidente vicario del gruppo di Fi alla Camera, denunciano comportamenti gravi ad opera del senatore 5Stelle Nicola Morra. I fatti: c’è un verbale della Guardia di finanza, nel quale si narra che Morra il 20 febbraio 2018 alle 22 deposita un dvd-rom con un’intercettazione ambientale avvenuta nel soggiorno di casa sua. Alla serata casalinga partecipa un indagato, Giuseppe Cirò, ex capo segreteria del sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, che prima lo ha denunciato per illeciti rimborsi e poi è finito anch’egli coinvolto nell’inchiesta. “Ha trasformato Cirò in delatore” commentano i tre esponenti di Fi, i quali aggiungono che la registrazione è stata consegnata nelle mani di un maresciallo, Domenico Portella, che sarà distaccato nella segreteria in Commissione antimafia. Il giorno dopo la consegna del dvd, il procuratore aggiunto di Cosenza Marisa Manzini ne dispone la trascrizione. Anche la Manzini diventerà consulente della Commissione antimafia, vedendosi assegnare – secondo la ricostruzione dei tre parlamentari forzisti – quasi tutti gli esposti presentati dal senatore Morra. “Soggetti indegni di rappresentare lo Stato con la voce dell’antimafia e della magistratura, una struttura inquirente parallela a quella dello Stato” accusano i forzisti. Morra non si difende nel merito – e come potrebbe, giacché quella intercettazione casalinga è terribilmente vera? – Si limita ad invocare la sua “trasparenza” e minaccia querele, ma la questione è un’altra e riguarda il senso delle istituzioni.

Sono passati quasi 30 anni dalla denuncia di Sciascia eppure in Calabria, terra martoriata in quanto a giustizia e legalità, oggi questo tema è di stringente attualità e riguarda tutti, le libertà e le procedure, giacché nessuno è intoccabile. Perché sono in ballo le istituzioni democratiche che vanno rispettate, perché la lotta politica dovrebbe essere fatta nel rispetto delle posizioni altrui e non può trasformarsi in becero cannibalismo, perché l’Antimafia non è strumento di potere, perché non è normale che un senatore della Repubblica italiana – che poi andrà ad occupare a palazzo San Macuto la poltrona che fu di Gerardo Chiaromonte – dimostra col suo comportamento di non rispettare l’istituto che rappresenta, trasformandosi in novello Montalbano.

Per quello ci sono commissariati e Procure. Che, a volerla chiosare con Sciascia: “Il dato più preoccupante risiede nel fatto che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna a un elemento maniacale, di follia. Si può dire di loro quel che Gabriele D’Annunzio diceva di Filippo Tommaso Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità. In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di ‘impiegati d’ordine’; in una società in fermento sarebbero stati subito emarginati, non resistendo alla competizione con gli intelligenti; in una società-non società arrivano ai vertici e ci stanno fintanto che il contesto che li ha prodotti non li ringoia” (Il Globo, 24 luglio 1982).

Nota del direttore Peter Gomez

Cara Eva, pubblico volentieri il tuo post in nome della libertà di parola e di opinione che qui professiamo e pratichiamo. E lo faccio anche se non ne condivo il contenuto. Trovo, infatti, non scandaloso, ma meritorio, che chi ricopre un incarico pubblico, specie se elettivo, denunci alla Magistratura ogni eventuale reato di cui viene a conoscenza. Non ho idea su cosa abbia raccontato a Morra questo signore denunciato dal suo sindaco ma trovo perfettamente logico e giusto che un parlamentare della Repubblica si premuri di riferire spontaneamente agli investigatori i comportamenti che ritiene scorretti quando gli vengono raccontati. E che per non essere smentito si preoccupi di raccogliere delle prove.

In una terra come la tua, governata da mafie, consorterie di vari tipo e depredata dalle sue classi dirigenti, comportarsi così significa fare vera antimafia e non essere un professionista di quell’antimafia che inaugura monumenti, partecipa a commemorazioni e parla senza nulla combinare. Trovo poi profondamente sbagliato definire in senso dispregiativo delatore chi denuncia: questo signore si è rivolto a un parlamentare cioè si è rivolto allo Stato, non a un prete durante una confessione che ha il diritto-dovere di mantenere il segreto. E se il parlamentare avesse tenuto per sé dei fatti a suo avviso rilevanti si sarebbe macchiato di un comportamento omertoso.

Tu mi pari scandalizzata perché Morra ha scelto come consulenti degli investigatori e un magistrato che si occupano della registrazione da lui depositata. Veramente mi sfugge il perché: io non so chi siano, ma immagino che lui li ritenga dei bravi investigatori e per questo degni di lavorare con la commissione. O avrebbe invece dovuto scegliere persone che non conosce e di cui non sa nulla della loro professionalità?

Per questo a mio parere sbagli a scomodare Sciascia. Denunciare per chi fa politica è un dovere. E qui ci auguriamo che sempre più spesso tra gli eletti vi siano persone pronte a rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare ciò che sanno.

Un caro saluto,
Peter Gomez
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