Se volete una cartina di tornasole del motivo per cui la Germania domina l’Europa, dovete dare un occhio (anche) al livello della sua comicità. Ciò di cui un paese sa ridere è uno specchio di ciò che quel paese, a tutti gli effetti, sa. Non si può ridere, infatti, di ciò che si ignora. Affinché la potenza evocativa di una battuta si sprigioni, sono indispensabili due requisiti: un autore satirico consapevole delle sfumature ridicole di un argomento e un pubblico ferrato su quell’argomento.

Ciò premesso, se ne avete modo, guardatevi il video in lingua tedesca con sottotitoli italiani “La Anstalt e i neoliberali del Mont Pelerin Society”. Gli Anstalt sono un duo comico. Nella clip in questione si esibiscono davanti a un folto pubblico, mettendo in scena un ipotetico salotto televisivo in cui un paio di sprovveduti ingenui si confronta con tre ospiti di riguardo (un’intellettuale, un economista e un imprenditore) rappresentanti, a vario titolo, del pensiero neoliberista. La donna del gruppo, una virago dal sarcasmo bruciante, esordisce dicendo di essere in cerca di un inserto umoristico per il 70esimo anniversario del loro gruppo: “Vorrei del cabaret social critico a livello mondiale”. Il “loro” gruppo è la “Mont Pelerin Society”.

Ora, ve lo immaginate un comico italiano in grado non dico di saper ironizzare, ma anche semplicemente di “sapere” cos’è la Mont Pelerin Society? Casomai vi fosse qualche curioso in ascolto, glielo diciamo. Trattasi di un cenacolo di economisti e pensatori di estrazione liberale (tra cui Ludwig Von Mises, Friedrich August Von Hayek, Wilhelm Roepke, Walter Eucken, Karl Popper, Milton Friedman) i quali si riunirono nell’amena località svizzera di Mont Pelerin nel 1947 con il preciso intento di rilanciare, a livello planetario, una strategia di governance economica del mondo basata sui principi del cosiddetto neoliberismo.

È possibile sintetizzare in tre battute il “neoliberismo”? Forse solo un comico potrebbe farcela. E quelli di Anstalt, non a caso, ce la fanno. Fra i tre ospiti del talk show, infatti, c’è un economista immerso nella lettura che, di tanto in tanto, esce dal suo letargo recitando sempre la medesima litania: “Privatizzazioni, abbassamento delle tasse, smantellamento dello stato sociale”. A un certo punto, il donnone fa srotolare un telo ove è ricostruita la complessa, inestricabile, rete di associazioni, think tank, lobby neoliberali scaturite dal pensatoio del Mont Pelerin e illustra al duo Anstalt l’articolatissima e onnipervasiva ramificazione di questa trama: un’autentica piovra insinuatasi in ogni ganglio del sistema mediatico, politico, accademico, scolastico. Si trattò, spiega con pazienza, di una reazione poderosa a una circostanza deplorevole: dopo la seconda guerra mondiale “di colpo volevano tutti degli stati previdenziali, dei sindacati forti, il socialismo. Che schifo!”.

Poi la teutonica esponente della Mont Pelerin aggiunge: “Il nostro pensiero domina il mondo”. E dettaglia anche l’unica missione del gruppo: “L’imposizione del liberalismo come principio assoluto dell’organizzazione sociale”. Ma qual era il loro piano, per riuscirci? Semplice: “In 30 anni, cambiare così tanto il modo di pensare delle persone, in modo che non credessero più nello stato sociale”. In effetti, il progetto richiedeva una buona dose di tatto: “Non potevamo mica dire: i ricchi devono diventare più ricchi e così abbiamo detto che i ricchi devono diventare più ricchi perché è un bene per tutti”. La realizzazione del disegno è stata implacabile: “Abbiamo costruito questa rete a livello planetario, 500 think tank in tutto il mondo, i miliardari hanno sponsorizzato cattedre e ci siamo impadroniti di intere facoltà”. Con il contorno di ben otto premi Nobel sapientemente distribuiti, grazie alle opportune aderenze, ad altrettanti membri della “setta”.

A questo punto gli Anstalt, sempre più disorientati, si interrogano su come sia stato possibile convincere anche i socialdemocratici, la sinistra, e gli elettori in genere. Il segreto è presto rivelato: se si vuole evitare che lo stato spenda soldi per lo stato sociale, bisogna fare in modo che ci siano meno entrate. Guarda caso, James Buchanan, inventore del pareggio di bilancio, è un socio della Mont Pelerin Society. E ha vinto, va da sé, il Nobel.

Alla fine uno dei due comici, sconfortato, chiede al terzetto dei Mont Pelerin se si rende conto che la loro agenda dei lavori significa l’aumento di disoccupazione e povertà per fare soldi sulla pelle della povera gente, dei pensionati, dei malati; e gli illustri interlocutori rispondono affermativamente. Al che gli Anstalt sbottano: “Ma allora perché ce lo avete raccontato davanti a tutti?”. “Perché, tanto, non vi crederà nessuno” è la folgorante risposta che chiude lo show.

Una delle chiavi per decifrare la riuscita dello sketch è proprio la contrapposizione tra l’iniziale, scettica (e sciocca) incredulità del duo – che colpevolmente ignora la realtà delle cose – e il cinismo rivelatore del trio a farsi beffe dell’altrui inconsapevolezza. In questo “ossimoro” risiede il macroscopico spread tra comici italiani e comici tedeschi: il duo di Anstalt fa finta di “non” sapere un accidente mentre conosce benissimo, e nei più minuti dettagli, il quadro (e anche la cornice) dello tsunami neoliberista da cui è scaturito il Nuovo Ordine Globale; quello da cui discende l’attuale assetto non solo economico, ma anche giuridico-istituzionale (Eurozona in primis) del mondo. I nostri comici, invece, “non” sanno davvero una cippa né del neoliberismo, né tantomeno della Mont Pelerin Society, che – nella migliore delle ipotesi – confondono con una marca di acqua minerale.

In definitiva, l’aspetto sconvolgente della faccenda è anche il grado di consapevolezza maturato dall’opinione pubblica d’oltralpe perché la comicità di un paese riflette la maturità del suo popolo. Il fatto che la platea in studio rida di gusto dimostra come essa sia, nella media, culturalmente attrezzata per apprezzare questo eccellente pezzo di satira. E ciò spiega, più di un trattato di sociologia, sia le ragioni della nostra condizione di minorità (a livello politico ed economico) sia quelle della supremazia germanica.

Dopotutto, l’ordoliberismo della Scuola di Friburgo – che è una fondamentale declinazione pratica, anche sul piano filosofico e giuridico, del neoliberismo – lo hanno inventato in Germania. Di più: tutto l’impianto dei trattati europei si regge su una ferrea logica ordoliberista. Una logica in grado, in un contesto di competizione tra stati disuguali in tutto tranne che nella condivisione di una moneta unica modellata su quella dello Stato più forte, di far vincere (quasi) uno solo e di far perdere più o meno tutti gli altri. Una ricetta, insomma, che ai tedeschi – per mille ragioni che loro conoscevano e noi no – ha fatto e fa benissimo quanto a noi ha fatto e fa malissimo. Forse per questo loro ci trovano così tanto da ridere. E sempre per questo, di fronte alla nostra ignoranza collettiva del fenomeno, non ci resta che piangere.

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