Pochi giorni fa un tribunale di Minsk, la capitale della Bielorussia, ha scongiurato all’ultimo minuto l’estradizione di Merhdat Jamshidiyan, un cittadino iraniano residente nel paese europeo da oltre 20 anni.

Jamshidiyan era stato arrestato dieci mesi fa. Le autorità bielorusse avevano ceduto a sette anni di pressioni da parte dell’Iran, che ne chiedeva l’estradizione in quanto sospettato di aver ucciso la madre e un fratello, e il Dipartimento per la cittadinanza e l’immigrazione aveva dato via libera.

È possibile che, mentre esaminavano il caso, i giudici del tribunale di Minsk si siano resi conto che nel settembre 2012, quando era stato commesso il duplice omicidio in Iran, Jamshidiyan si trovava in Bielorussia.

In Bielorussia, Jamshidiyan si è convertito alla religione cristiana. Se fosse stato estradato in Iran, Jamshidiyan avrebbe rischiato doppiamente l’esecuzione: per un omicidio evidentemente non commesso e per un reato, l’apostasia, che reato non dovrebbe essere.

A proposito di pena di morte, Iran Human Rights ha reso noti i dati sull’uso della pena di morte nel primo quadrimestre del 2019 nel paese: le esecuzioni sono state 79 (nel 2018, nello stesso periodo, erano state 64).

Particolarmente grave è stata l’esecuzione, avvenuta il 25 aprile, di Mehdi Sohrabifar e Amin Sedaghat, che avevano meno di 16 anni al momento del reato di cui sono stati giudicati colpevoli (stupro e rapina) ed erano minorenni persino al momento dell’impiccagione. Secondo quanto appreso da Amnesty International, i due minorenni sono stati informati solo poco prima dell’esecuzione, di cui non erano stati messi a conoscenza neanche i familiari – che li avevano visitati, ignari, il giorno precedente – e gli avvocati. Sui loro corpi erano ancora evidenti i segni delle frustate ricevute prima di essere messi a morte.

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