Un intreccio sconcertante tra mafia, antimafia e informazione. Andato avanti per anni fra silenzi e connivenze. L’imprenditore siciliano Antonello Montante si era cucito addosso il vestito del paladino dell’antimafia al vertice di Confindustria. Venerdì 10 maggio è finito condannato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e altri gravi reati. Al di là dell’esito giudiziario della vicenda, l’inchiesta della Procura di Caltanissetta ha svelato quanto fosse finta e di facciata la “missione” di Montante e dei suoi sodali in nome della legalità. Claudio Fava racconta questa vicenda in un lungo reportage su FQ MillenniuM, in edicola da sabato 11 maggio, dedicato al “suicidio” del giornalismo italiano. Per colpa di vicende come questa e di tante altre che il mensile diretto da Peter Gomez approfondisce. Ecco un breve estratto.

L’occasione me l’ha data Antonello Montante. E qui davvero ci sarebbe da scrivere un’antologia picaresca sul mestiere dell’antimafia per autocertificazione piena di pennacchi, spadini e medaglie di latta, sirene spiegate e comparsate televisive. Perché il cavalier Montante è stato tutto questo e molto di più, come i personaggi di certi fumetti d’anteguerra, Tartarin di Tarascona che abbatte a fucilate il temibile leone cieco di un circo, il Barone di Münchhausen che racconta i suoi assalti a cavalcioni di una palla di cannone… Cose così, all’apparenza innocue fanfaronate, se non fosse che attorno al responsabile nazionale di Confindustria per la legalità (nonché presidente di Confindustria Sicilia, presidente della Camera di commercio di Caltanissetta, presidente di Unioncamere Sicilia, consigliere di amministrazione del Sole 24 Ore, componente del Consiglio di territorio di UniCredit Sicilia, membro del Comitato locale di sorveglianza della Banca d’Italia di Caltanissetta e componente del direttivo dell’Agenzia per i beni confiscati alle mafie) s’era aggrumato un sistema di interessi e di poteri furbo, avido, lesto e così sfacciato da far ombra alla P2.

Un sistema di governo privato della cosa pubblica, destinato a pilotare la spesa regionale e nazionale, a definire l’agenda di governo, a promuovere i funzionari fedeli e a cacciar via i riottosi, a controllare gli avversari e a compiacere gli amici curandone carriere, elezioni e promozioni. Sistema collaudato che nel signor Montante aveva solo l’abile cantastorie attorno al quale, e dietro il quale, avanzavano ministri, senatori, presidenti, assessori, prefetti, dirigenti. E naturalmente cronisti (….)

Un sistema che alcuni giornalisti delle periferie, poca fuffa e molta sostanza, avevano saputo intercettare. Nell’aprile del 2014 la rivista catanese “I Siciliani giovani” pubblica la foto di Montante in compagnia del suo testimone di nozze Vincenzo Arnone, personaggio contiguo a Cosa nostra e figlio dello storico capomafia di Serradifalco. Ma Montante, come Bruto, è uomo d’onore (direbbe Shakespeare): più della foto compromettente, dei certificati di matrimonio e dell’amicizia con Arnone, vale la sua parola. E di quello scoop si perdono le tracce. Ci riprova un mese dopo un giornalista nisseno, Giampiero Casagni: sa del legame tra Montante e la famiglia Arnone, degli scambi d’affettuosità pubblica e privata tra i due. Decide di proporre la storia a “Panorama”. Storia gustosa, gustosissima: un presunto boss mafioso e il responsabile legalità di Confindustria a braccetto insieme. Scrive al direttore Giorgio Mulé (oggi parlamentare di Forza Italia, ndr) una dettagliata mail «per proporgli», ricostruisce l’ordinanza dei giudici di Caltanissetta, «la pubblicazione di un articolo riguardante i rapporti tra il Montante e Vincenzo Arnone basato anche sulla documentazione di Confindustria di cui disponeva».

Mulé riceve. Ma non farà sapere più nulla al Casagni. Informerà subito invece il suo amico Montante. Uno zelo che nemmeno sorprende la Procura di Caltanissetta: «Non stupisce affatto che il Mulé si fosse affrettato a mettere a parte il Montante delle notizie che il Casagni gli proponeva di pubblicare e che egli aveva poi declinato reputandola una “non notizia” e, anzi, giudicandola come una manifestazione della volontà di danneggiare la reputazione dell’imprenditore di Serradifalco».

Il reportage integrale di Claudio Fava è su FQ MillenniuM in edicola da sabato 11 maggio