Da dieci giorni digiuna per sostenere la battaglia di Paul, un ghanese che rischia di essere espulso. Continua lo sciopero della fame di Biagio Conte, il missionario laico, fondatore della Missione Speranza e Carità di Palermo. Da questa mattina, fratel Biagio e Paul hanno messo le catene alle caviglie con l’augurio che “siano spezzate mettendo così fine alle ingiustizie”. Il riferimento è appunto alla vicenda di Paul,  51enne originario del Ghana , a Palermo dal 2010 che da anni lavora come idraulico alla Missione, fondata per dare assistenza a poveri, senza tetto, malati psichici.

Per cercare una soluzione che consenta a Paul di restare in Italia, Biagio ha lanciato appelli al Papa, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Giuseppe Conte. A manifestargli solidarietà sono andati il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e l’arcivescovo Corrado Lorefice.

“In questo periodo vi è un ritorno alla sopraffazione e alla disumanizzazione – scrive fratel Biagio in un messaggio indirizzato all’Africa – Negli anni passati avevamo superato questo periodo negativo della storia, nelle nostre coscienze era maturato un cambiamento che tutto questo non accadesse mai più. In questi ultimi tempi purtroppo c’è stato un ritorno ai tempi bui. Tutti quei paesi africani che hanno subito deportazioni dei loro popoli, dovevano ricevere un aiuto, un sostegno concreto per le loro terre ma invece non abbiamo dato nulla. Negli ultimi anni siamo stati invasori con le multinazionali, qual è stato il risultato? Che stanno impoverendo l’Africa. Una piccola minoranza di africani ha ricevuto ricchezze e tutto il resto del popolo è affamato, creandosi cosi una nuova emigrazione”.

Un “popolo affamato, nuovi profughi” che, sottolinea Biagio Conte, “scappano per cercare una terra promessa, un luogo dove ricominciare. Adesso dopo anni e dopo aver ricevuto e nutrito una speranza, a tanti fratelli che stavano ricostruendo la loro vita si rischia di togliergli la speranza, con metodi (leggi) ingiusti che oggi ci riportano ad una nuova schiavitù, ad una nuova tratta. Li stiamo giudicando, annientando e condannandoli a rientrare forzatamente nei loro paesi. Con quale rischio? Un ritorno fortemente negativo e ingiusto. Ma abbiamo capito che l’Africa è il futuro e la nostra speranza? – conclude – Attendiamo che si spezzino le catene mettendo così fine alle ingiustizie. Questo appello non è per una parte politica o per un’altra parte politica ma per tutta l’umanità”.

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