Della Resistenza ho tanti ricordi, anche se io non c’ero.

Ricordo quei signori che sulle montagne di Spezia e non solo avevano combattuto: li vedo ancora, sorridenti e a volte commossi, durante la Festa della Liberazione in piazza Concordia, il 25 Aprile. Con la banda che suonava “Bella ciao”. Mi parevano anziani quando avevo dieci anni o forse meno. Ma allora erano più giovani di me, adesso.

Ricordo anche i racconti dei miei vecchi, che avevano vissuto la guerra. Mio padre Pietro tornato a piedi dal fronte, dopo l’8 settembre 1943, e catturato, con il fratello gemello Paolo, dai nazifasciti sotto gli occhi dei nonni, per essere deportato in Germania.

Lì rimasero internati per 19 mesi perché, come tanti, rifiutarono di arruolarsi nelle milizie di Mussolini: aveva 22 anni. Tornò magrissimo e innamorato di una giovane tedesca, che non vide mai più. Anche lui resistette.

Ricordo che mia madre Lea rispose molto male a un soldato tedesco che la corteggiava, mentre lei raccoglieva la frutta su un albero. Gli altri la difesero dicendo che era un po’ selvatica e in effetti era vero. Aveva 20 anni e anche lei resistette.

Ricordo mia zia Luisa, sua sorella, che era maestra e percorreva ogni giorno più di 20 chilometri a piedi (o quasi) per raggiungere la sua scuola dall’altra parte del golfo. Ancora piangeva vedendo la lapide dei ragazzi fucilati dalle Brigate nere a Montepertico. Forse li conosceva, non ho mai capito. Aveva 24 anni e anche lei resistette.

Ricordo nonna Ida che, per procurarsi un po’ di preziosa farina di castagne, camminava con altre donne per decine di chilometri, fino alle montagne della Lunigiana. E al ritorno ne regalavano un po’ ai partigiani. Aveva 50 anni e anche lei resistette.

Gli altri nonni non li ho conosciuti, ma sono convinto che tanti allora seppero resistere con coraggio, come potevano. E a tutti, 74 anni dopo, sono grato. Ora e sempre.

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