Pil in crescita dell’1,9%, deficit vicino allo zero, pareggio di bilancio a portata di mano e disoccupazione ai minimi dal 2004. Ma il rovescio della medaglia sono gli investimenti pubblici al lumicino, frenati dal terzo debito pubblico europeo, e il tasso di emigrazione maggiore dell’Europa, complice l’esplosione dei prezzi delle case gonfiati dalla speculazione dei fondi immobiliari. Il Portogallo che torna alle urne il prossimo ottobre ha sperimentato negli ultimi anni un boom del turismo, e la crescita di alcuni settori dell’economia come il tech insieme all’aumento delle esportazioni ha contribuito a trainarlo fuori dalle secche di un deficit dell’11% e di un bailout da quasi 80 miliardi di euro. Un quadro apparentemente brillante a cui fanno però da contraltare i dati su disuguaglianza sociale e povertà.

Per ora i sondaggi sorridono al primo ministro Antonio Costa: stando alle ultime rilevazioni dell’istituto lusitano Eurosondagem, il 52,5% degli elettori esprime un giudizio positivo sull’operato del premier, contro una quota negativa del 25,7 per cento. La geringonça, ovvero l’inedita alleanza tra il Partito Socialista, il Blocco di Sinistra e la Cdu, che include Comunisti e Verdi, e che nel 2015 ha permesso la nascita di un governo monocolore socialista, secondo le stime potrebbe mantenere la maggioranza. Merito anche di una crescita sostenuta, anche se il ministro delle finanze Mario Centeno ha appena rivisto al ribasso le stime per il 2019 contenute nel cosiddetto Programma di Stabilità 2019-2023, sottolineando il generale contesto di incertezza internazionale. Il pil è dato ora in salita dell’1,9% contro il +2,2% indicato nell’ultima legge di bilancio e il +2,1% del 2018.

Il ribasso è provocato da una riduzione della domanda interna. Restano tuttavia inalterate le previsioni sul deficit, allo 0,2% del Pil per il 2019, mentre per il 2020 e 2021 si punta per la prima volta in oltre 40 anni a un surplus, rispettivamente dello 0,3 e 0,9 per cento. Questa roadmap consentirebbe di ridurre l’imponente debito pubblico, che rimane il terzo dell’Unione Europea al 124,9% del Pil. L’ambizioso obiettivo è di portarlo al 118,6% al termine di quest’anno e al 99,6% nel 2023, ma il Fmi ritiene improbabile che questo accada almeno prima del 2025. Lo scorso ottobre Moody’s ha premiato gli sforzi del Paese lusitano portando il proprio giudizio al di fuori del livello “junk”, spazzatura, dove era finito nel 2011, e rialzandolo invece al livello “investment”. L’agenzia aveva portato il rating da Baa3 a Ba1, cambiando il proprio outlook da “stabile” a “positivo”.

Nel 2018 però gli investimenti pubblici si sono fermati a 4,14 miliardi, nonostante un budget iniziale di 4,53 miliardi. Nel 2018 hanno rappresentato il 2,1% del Pil, in crescita rispetto all’1,5% del 2016 ma ben lontani dal 5,4% del 1960, secondo Pedro Brinca, economista della Nova School of Business & Economics. A Reuters, Brinca ha dichiarato che la riduzione dello stock di capitale “potrebbe avere seri effetti per la crescita economica”.

David Lipton, First Deputy Managing Director del Fondo Monetario Internazionale, ha recentemente lodato i progressi compiuti da Lisbona, sottolineando la riduzione della disoccupazione dal 16% del 2013 al 6,7% di oggi, il livello più basso dal 2004. “C’è stato un chiaro declino della disoccupazione a lungo termine e un impressionante riduzione della disoccupazione giovanile, che non è lontana dalla media Ue”, ha dichiarato. Dimenticando tuttavia che Lisbona detiene in proporzione al numero di abitanti il tasso di emigrazione maggiore dell’Europa. Si stima che tra le 120mila e le 150mila persone, in prevalenza millennials, lascino il Paese ogni anno, e che oltre 2 milioni di portoghesi vivano all’estero: cifre rilevanti per un Paese di poco più di 10 milioni di abitanti. E dove l’età media è passata da 37,9 anni del 2000 ai 46,2 previsti nel 2020.

Il turismo da record non basta e al contrario ha determinato dei riflessi imprevisti nel mercato immobiliare, raccontati anche sul mensile Fq Millennium lo scorso ottobre. Gli oltre 12 milioni di visitatori giunti nel Paese nel 2017 hanno contribuito a fenomeni speculativi nel real estate, e fondi immobiliari stranieri hanno iniziato a fare incetta di appartamenti nei centri cittadini spingendo i residenti verso le periferie. E se questo è avvenuto principalmente nei centri di Lisbona, Oporto e dell’Algarve, in tutto il Paese secondo la Banca del Portogallo i prezzi delle case sono cresciuti del 27% in termini reali tra il 2013 e il 2017. Secondo l‘Istituto Nazionale di Statistica, oltre due milioni di portoghesi restano a rischio di povertà o di esclusione sociale. Le fasce di maggiore vulnerabilità, secondo le stime del 2018, sono quelle degli anziani e dei giovani: 451.000 oltre i 65 anni, ovvero il 18,8% e 431.000 ragazzi al di sotto dei 18 anni, il 18 per cento. Lo scorso anno il presidente del Portogallo Marcelo Rebelo de Sousa ha dichiarato: “È una disgrazia nazionale essere una delle società più diseguali e con così alto rischio di povertà in Europa. Nessuno può essere felice fingendo che non ci sia povertà intorno”.