Luciano Casamonica prese 30.000 euro e 3.000 euro al mese ai tempi di Alemanno sindaco per fare da mediatore fra le etnie del campo rom di Castel Romano”. A raccontarlo agli inquirenti è stato Christian, una delle vittime delle estorsioni del clan Casamonica, come erge dall’operazione “Gramigna bis” condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Roma, che ha permesso alla Procura di Roma di ordinare l’arresto di 23 persone per lo più appartenenti al noto clan sinti della Capitale e agli “affini” Spada e Di Silvio. Ai pm, l’imprenditore – molto noto a Roma nel settore del mobilio e dell’arredo d’interni – spiega i rapporti intercorsi da quasi due decenni con il 56enne Luciano Casamonica – fra gli arrestati – divenuto noto alle cronache romane per aver partecipato alla famosa cena del 28 settembre 2010 al centro Baobab alla quale erano presenti proprio l’ex sindaco Gianni Alemanno, il ras delle cooperative, Salvatore Buzzi – principale indagato in mafia capitale insieme a Massimo Carminati – e altre figure della politica romana e non solo.

 

LA MEDIAZIONE DI LUCIANO – Christian, agli inquirenti, racconta un retroscena inedito. Luciano Casamonica, si legge si legge nello stralcio del verbale datato 12 agosto 2018, “è stato in una cena politica ospite di Alemanno perché ha fatto da tramite in un campo rom di Castel Romano mettendo d’accordo più occupanti provenienti da diverse etnie”. Qui l’elemento nuovo: “Per questa opera di mediazione so che Luciano prese 30.000 euro in contanti, che ho visto con i miei occhi, e 3.000 euro al mese”. E ancora: “Questo tipo di attività credo possa essere fatta solo da una persona di rilievo nell’ambito della loro famiglia. Voglio precisare che si tratta di informazioni che mi ha confidato lo stesso Luciano. Però credo che sia vero perché su internet ci sono delle foto di Luciano ritratto insieme ad Alemanno”. Luciano, racconta ancora l’imprenditore, “è considerato un uomo di spessore da tutti i Casamonica” e lui stesso “quando ho avuto dei problemi con clienti o altri suoi parenti che venivano al negozio e non pagavano, mi sono rivolto a lui”. Da chi, materialmente, Luciano avesse preso i soldi, non viene specificato, ne emerge dal racconto dell’imprenditore.

Contattato da IlFattoQuotidiano.it, Gianni Alemanno ribatte spiegando che “non eravamo certo io o il Comune di Roma a pagare Casamonica, quei soldi glieli dava Buzzi”. E sul fatto di aver “ospitato” Luciano alla cena del Baobab, affermando: “Quando chiese di fare con me la famosa foto, io non immaginavo fosse un Casamonica. Pensavo fosse un immigrato sudamericano, visto che quella struttura ospitava parecchi immigrati. Tanto è vero che io sedetti al tavolo con l’ex ministro Poletti, Buzzi e compagnia bella, mentre lui era seduto da un’altra parte”.

GLI INTRECCI CON MAFIA CAPITALE – Fatto sta che quella mediazione serviva per realizzare i lavori di restyling del campo “voluti” dalla coppia Carminati-Buzzi. E proprio nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Gaspare Sturzi, un capitolo intero è dedicato ai rapporti fra i Casamonica e l’ex estremista di destra. “Nel processo Mafia Capitale – si legge – il nome di Luciano Casamonica compare in dure vicende diverse, precisamente in quella relativa all’appalto per l’ampliamento e la gestione del Campo Nomadi di Castel Romano, aggiudicato alla cooperativa Ati 29 Giugno – presieduta da Salvatore Buzzi – appalto la cui realizzazione era ostacolata dal fatto che il territorio in questione rientrava in quello in cui era maggiore la permebilita’ all’influenza di un clan composto da soggetti di etnia Roma e di origine slava, capeggiato da Carlo Cizmic, definito il capo mafia da Salvatore Buzzi, con cui il sodalizio del Carminati si sarebbe dovuto relazione”, e ancora “per quella riguardante le minacce ricevute da una collega dell’avv. Capriotti da parte di persone appartenenti alla famiglia Casamonica”.

CONSIGLIO CASAMONICA: “SIAMO 4 RE” – Dalle carte dell’inchiesta emerge ancora una volta la “ferocia” con la quale i Casamonica arrivano anche a vendicarsi degli sgarbi perpetrati. “I nuclei familiari – sostengono gli inquirenti – stanziati in vicolo di Porta Furba, in particolare quello capeggiato da Giuseppe Casamonica e da Luciano Casamonica, costituiscono un unico gruppo”. Ecco l’episodio chiave: “Si trattava – si legge – di dover lavare l’onta subita da Pasquale Casamonica da parte di tale Lupetto. Un fatto ritenuto gravissimo da parte di Consiglio Casamonica, talmente disonorevole dal dover essere vendicato con un omicidio. […] Anche il riferimento che Pasquale fa al fratello, probabilmente a Giuseppe che e’ detenuto, ottiene una risposta chiarissima da Consiglio Casamonica: “Il resto e’ noia, sono uguali a me, siamo quattro re, ma siamo cento […] noi siamo rottweiler, loro sono chihuaua”. Gli inquirenti la ritengono “una confessione diretta dell’esistenza dell’unica associazione mafiosa”.

“SIAMO COME LA ‘NDRANGHETA” – In un interrogatorio risalente al 2015, il pentito Massimiliano Fazzari, collegato alle famiglie calabresi, racconta quanto gli disse Liliana Casamonica, fra le donne più influenti del clan: “Funziona un po’ come da voi giù in Calabria la famiglia nostra”. Fra l’altro gli stessi inquirenti parlano dei rapporti fra i Casamonica e gli Strangio: “Assume particolare colorazione, anche secondo quanto riferito dal Fazzari circa le relazioni tra Luciano Casamonica e Consiglio, detto Simone, con la famiglia di ndrangheta dei Nirta. Cosi’ sul punto il pm nel richiamare la vicinanza dei Nirta agli Strangio, nell’ambito delle ndrine calabresi e il contributo del Fazzari, rammentando come sia Fazzari che la Cerreoni (l’altra pentita ex compagna di Massimiliano Casamonica, ndr) ricostruiscono i rapporti con questi cugini Casamonica nell’ambito dell’unico gruppo criminale di Porta Furba”.

Nelle carte vengono anche ricordati i collegamenti con Enrico Nicoletti, ex cassiere della Banda della Magliana: “Vengono evidenziati – si legge – i rapporti con moltissimi criminali, quali Enrico, Vittorio, Luciano, Antonino, Guerrino Casamonica, esponenti dell’omonimo clan, pluripregiudicati, collegati al Nicoletti sin dalle prime imprese criminali costituendo il gruppo di pressione che terrorizzava le vittime dell’attività di usuraio ed estorsore del Nicoletti, i rapporti di affari con il Nicoletti almeno sino al 1992”.

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