La vittoria di Benjamin Netanyahu alle ultime elezioni israeliane è un fatto politico clamoroso: gli anni complessivi in cui egli avrà ricoperto la carica di primo ministro saranno più di quelli di Ben Gurion. Un altro fatto rilevante è che il partito di Ganz, la cui leadership è composta da tre capi di stato maggiore dell’esercito israeliano, non è bastata a convincere l’elettorato ad affidare loro la sicurezza del Paese.

Nella sua carriera politica il premier israeliano ha sconfitto ogni generale che abbia “osato” entrare nella vita politica del Paese. L’elettorato della destra israeliana non crede che i generali possano risolvere i problemi del Paese e, appunto, questo elettorato non ha alcuna intenzione di intavolare una trattativa di pace con i palestinesi, non importa quanto moderata sia. La coalizione che nascerà nei prossimi giorni sarà solida e molto nazionalista. In questo assemblaggio politico Netanyahu avrà il sostegno di due partiti ortodossi che con esercito, istruzione e cultura hanno poco a che fare. I partiti ortodossi – più che ai reali problemi di Israele – sono interessati a portare avanti la loro agenda politica, sempre autoriferita.

Un governo di questo tipo cercherà, temo, di annettere una parte dei territori occupati nel ’67. I palestinesi troveranno un governo che non ha alcuna intenzione di mettere fine all’occupazione: tutt’altro, ovvero far diventare le colonie parte integrante dello Stato ebraico, senza badare minimamente alle reazioni internazionali e al mancato riconoscimento della validità legale di questo passo. Per non parlare delle reazioni belliche che Hamas metterà in campo.

Non mi pare che questa futura coalizione riuscirà a risolvere gli altri problemi. Ad esempio, quello del sistema sanitario nazionale: queste strutture, un tempo diamanti del servizio pubblico, negli ultimi anni soffrono di una affluenza ingestibile, con sempre meno personale e meno miliardi disponibili. Anche per le strade israeliane la vita non è facile. I mezzi di trasporto non riescono a dare adeguata risposta a una nazione di quasi nove milioni di abitanti e così il Paese è diventato un immenso ingorgo. Si perdono ore e ore nel traffico e ovviamente si danneggia anche la produttività.

Il nuovo vecchio premier, che rinuncerà alle trattative politiche, dovrà anche rispondere del carovita in cui ha portato il Paese nell’ultimo decennio. Una situazione che obbliga i giovani ad abbandonare le grandi città. Comprare una casa è diventato un miraggio, la retta di un asilo può impegnare uno stipendio: questa è la realtà quotidiana creata dai governi precedenti del vincitore di queste elezioni.

Una coalizione fra ultradestra e ortodossi rappresenta un blocco politico con un chiaro monito per la popolazione arabo-israeliana. Non è azzardato presumere che nei prossimi anni gli arabi israeliani si sentiranno meno cittadini che mai. Nel nuovo governo non c’è alcuna componente interessata ai diritti di una minoranza che non è ebrea, ma cristiana e musulmana, e tuttavia cittadina a tutti gli effetti e diritti.

Ma la pesante nube che oscura questo trionfo sono i guai giudiziari di Netanyahu. I reati di corruzione di cui è accusato sono seri e ben documentati. Non è da escludere che nel prossimo anno il premier israeliano sarà rinviato a giudizio, e questo può far nascere nuovi scenari politici, o addirittura nuove elezioni.

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