Durante l’ultimo Forum Ambrosetti, che all’inizio di aprile ha visto riuniti a Cernobbio molte delle personalità più illustri della politica e dell’economia italiana, è stato presentato uno studio sul debito pubblico italiano. Ma questo studio fornisce conclusioni fuorvianti se non totalmente sbagliate.

Senza dubbio la pesante zavorra che rischia di affondare l’economia italiana è il debito pubblico, pari nel 2018 al 132% del prodotto interno lordo, ovvero a 2.317 miliardi. Ambrosetti rileva giustamente che “nel lungo periodo, la condizione fondamentale affinché un debito pubblico sia sostenibile è che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso d’interesse”. Il problema di fondo è che l’Italia non cresce da molti, troppi anni. Ambrosetti lamenta il fatto che l’Italia non cresce perché la produttività non aumenta, gli imprenditori fanno pochi investimenti e ci sono troppo pochi laureati. E indica che, se la crescita rimarrà pari a zero o quasi, allora il debito (che continua ad aumentare sia in valore assoluto che in percentuale sul Pil) prima o poi diventerà insostenibile. Siamo quindi sull’orlo di una nuova gravissima crisi.

Però Ambrosetti non spiega come dare una scossa per fare ripartire l’economia. Non comprende che il vero grande problema è la caduta verticale della domanda aggregata (composta da consumi, investimenti, spesa pubblica ed export) e non la carenza di capacità produttiva, come dimostra l’avanzo commerciale con l’estero. Alla fine il rapporto Ambrosetti consiglia di abbassare il debito grazie all’aumento dell’avanzo primario, come del resto suggeriscono anche Carlo Cottarelli, tutti gli economisti convenzionali e le istituzioni che hanno provocato la grave crisi in cui viviamo, come in primis Bankitalia, l’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. L’avanzo primario, nella contabilità nazionale, è la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per gli interessi sul debito pubblico. Le entrate dello Stato derivano prevalentemente dalle tasse e dai contributi sociali; le spese sono invece quasi totalmente per i servizi sociali (sanità, istruzione, sicurezza, pensioni, ecc). Per lo studio Ambrosetti la soluzione per diminuire il peso del debito pubblico è quella di tagliare “quelle parti della spesa corrente (al netto quindi della spesa sanitaria e previdenziale) che possono essere ridotte”.

Tutti sono evidentemente d’accordo a eliminare gli sprechi della spesa pubblica! Il problema è che in sostanza si suggerisce di tagliare la spesa pubblica corrente – cioè in pratica gli stipendi degli insegnanti, dei magistrati, dei poliziotti, dei militari, ecc. – mentre si dovrebbero invece aumentare gli investimenti pubblici. Implicitamente lo studio suggerisce la stessa vecchia e suicida ricetta dell’“austerità espansiva” recentemente rilanciata – dopo i grandiosi fallimenti del governo Monti – dal trio Alesina, Giavazzi, Favero nel loro ultimo libro intitolato Austerità. Una ricetta che ha già portato al disastro greco: tra il 2009 e il 2017 il rapporto debito/Pil in Grecia è salito dal 127% al 179% a causa del drammatico calo del Pil (-25%), nonostante “aiuti” della Troika per 310 miliardi di euro.

Nel loro studio, i tre noti economisti bocconiani finalmente riconoscono che molto raramente le politiche di austerità mirate a ridurre i deficit pubblici hanno funzionato – negando implicitamente l’efficacia delle politiche di austerità espansiva che finora hanno suggerito – ma affermano anche che, se queste sono state in qualche caso efficaci, allora lo sono state non perché lo Stato abbia aumentato le tasse, ma perché ha tagliato la spesa pubblica corrente.

Queste tesi sono così tanto declamate da tutte le principali istituzioni nazionali e internazionali da essere diventate perfino banali. Ma sono sbagliate. E’ chiaro che gli sprechi dello Stato fanno male all’economia; ed è indiscutibile che il moltiplicatore degli investimenti pubblici sia più elevato di quello delle spese correnti. Ma il report Ambrosetti e il trio dei bocconiani tacciono su una questione fondamentale. L’Italia da 25 anni ha un saldo primario positivo: vale a dire che da 25 anni i contribuenti pagano più tasse di quanto lo Stato spenda per i servizi sociali a favore dei suoi cittadini. In sintesi, negli ultimi 20 anni, dal 1999 al 2018, lo Stato italiano ha realizzato saldi primari attivi per 650 miliardi (valori attualizzati al 2018) che però non sono bastati a pagare 1.650 miliardi di interessi agli operatori finanziari e alla speculazione.

Lo Stato, senza più sovranità monetaria, è continuamente costretto a chiedere soldi ai mercati finanziari per saldare il conto. Così il debito pubblico è passato da circa 1.770 a 2.310 miliardi di euro. I sacrifici e l’austerità non portano a nulla, anzi sono controproducenti (non per la speculazione, ovviamente!).

Il problema è un altro. Quello che lo studio Ambrosetti e il trio dell’austerità non dicono è che in Italia, per superare il loop mortale in cui siamo caduti – fare più debito per ripagare il debito -, occorre rilanciare urgentemente la domanda rimettendo in circolazione la moneta. Per creare ricchezza e fare ripartire le attività produttive occorre che ci sia un forte aumento dei redditi spendibili: senza domanda e senza consumi la produzione e gli investimenti non ripartono, e la produttività e la competitività decadono. Il problema è che in Italia tutti i canali convenzionali per aumentare la liquidità monetaria sono bloccati (a parte l’export, ma non si vive di solo export!). Lo Stato non può aumentare la sua spesa e fare più deficit perché altrimenti viene penalizzato dal mercato finanziario con l’aumento dello spread, e viene punito da questa Ue serva della disciplina teutonica.

La Bce per statuto non può finanziare gli Stati e le opere pubbliche. Le banche italiane, colpite dalla crisi che ha provocato montagne di crediti deteriorati, fanno credito con il contagocce, e anzi, non hanno ancora recuperato il livello pre-crisi dei prestiti. A questo punto al governo non resta che attuare una soluzione non convenzionale: quella di emettere dei titoli/moneta convertibili in euro da assegnare direttamente a famiglie, enti pubblici e aziende per aumentare il loro potere di acquisto, e per fare ripartire la domanda e quindi la produzione. Se la Bce non può fare helicopter money, è lo Stato che deve creare titoli/moneta (e può farlo senza uscire dall’euro).

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