È da pochi mesi che i fondi hanno cominciato ad affacciarsi al mondo delle farmacie, ma già qualcosa si muove. Li riportavano già le testate del settore in autunno 2018. Quello che succede era prevedibile: i fondi, in coerenza con le nuove norme, possono comprarsi le farmacie. Non ci vuole un genio per comprendere cosa potrà accadere. Lo scenario inglese, per chi conosce semplicemente Londra, è piuttosto manifesto: Boots e altri gruppi che gestiscono la stragrande maggioranza delle farmacie. Per chiunque sia stato a Londra in vacanza o per lavoro, pensare di trovare una farmacia che non sia di Boots è quasi un miracolo. Anzi, a dirla tutta, quando a me è capitato non mi fidavo. Insomma, a Londra se hai bisogno di un’aspirina vai da Boots, lo sanno tutti.

Ora, sino ad oggi, in Italia non solo non esisteva Boots, ma nemmeno le catene farmaceutiche. La tanto decantata rivoluzione con le farmacie nei supermercati non mi pare che abbia creato tanto shock. Il mio farmacista di fiducia (in realtà due: una di fianco al mio ufficio uno a 500 metri da casa) sono ancora lì, tranquilli e sorridenti. Le cose però cambiano se ci si mettono i fondi. Lo scenario è facilmente immaginabile. Aziende private che cominciano a rastrellare tutte le farmacie dove i farmacisti sono vecchi e non hanno figli.

Certo, in passato il “vecchio sistema” era, grosso modo, il seguente: “io, farmacista vecchio, vendo a te, farmacista che hai lavorato con me, la mia farmacia”. Tutto sommato una specie di buonuscita o buen retiro per il vecchio farmacista. Questo sistema in voga per decenni rischia di diventare desueto, e molto velocemente. Inutile girarci intorno: se i fondi entrano in un mercato frammentato (oserei dire atomizzato) come quello delle farmacie sarà strage. Un po’ come è successo quando la grande distribuzione (con il suo potere di acquisto e relative scontistiche) entrò nel mondo degli alimentari.

Ci sono soluzioni? Sì e no. Fermare i fondi, stante la legge attuale, è pressoché impossibile. Si potrebbero ammodernare le farmacie, digitalizzarle. Questo è l’approccio seguito da alcune farmacie (ora un centinaio) che hanno cominciato a utilizzare una piattaforma per gestire e-commerce. Il concetto della piattaforma è piuttosto semplice. Ogni singola farmacia crea, di fatto, un negozio virtuale pronto all’uso. Di li può vendere tutti quei prodotti Otc e antiallergici e simili prodotti “senza” (senza zinco, senza lattosio eccetera) e quindi ampliare i suoi clienti. Nulla vieta, infatti, a un cliente di acquistare on line il suo shampoo antiforfora per pelli delicate su un e-commerce. Di lì a utilizzare il portale creato da Farmakom il passo è breve.

“Farmakom nasce nel 2016 – mi spiega Andrea Mangilli, co-founder – cogliendo l’opportunità di una domanda latente, sviluppando una soluzione concreta per i farmacisti interessati ad ampliare il loro bacino d’utenza con gli acquisti on line”. La piattaforma si integra automaticamente con i più diffusi gestionali per farmacia e banche dati del farmaco on line, fornisce tutte le referenze dei prodotti da banco in commercio, completi di descrizione e di immagini, evitando così al farmacista perdite di tempo nell’inserimento dati.

I numeri di Farmakom sono di tutto rispetto: 2,6 milioni di visite, 260mila ordini, 165mila clienti e più di 15 milioni di euro di transato tra tutti gli e-commerce attivi nei primi due anni. Partendo da un investimento sostenuto direttamente dai suoi soci, Farmakom ha raggiunto il break-even in meno di un anno dalla sua fondazione e ha iniziato a generare utili con una proiezione di fatturato di 1,5 milioni di euro entro la fine del 2019. E’ una soluzione per salvare le farmacie dai fondi? Non saprei, si sta parlando di concorrenza feroce. Sicuramente è una soluzione tutta made in Italy per innovare le farmacie italiane, che sono rimaste all’età della pietra.

@enricoverga

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