Ha usato società straniere registrate in Italia come “compagnie aeree”, ma che non possiedono neanche un ultraleggero per i voli della domenica e non sono autorizzate dall’Enac, per evadere i contributi previdenziali sugli stipendi di 600 tra piloti e assistenti di volo. Lo ha fatto almeno per tutto il 2014, anno nel quale non ha versato loro nemmeno i contributi per la tredicesima e la quattordicesima. Si difende da sempre schermandosi dietro le normative internazionali, ma questa volta l’Ispettorato del Lavoro punta sul diritto tributario italiano: Ryanair deve pagare i contributi in Italia e restituire al fisco 9,2 milioni di euro.

Sono a buon mercato anche per questo, i biglietti della low cost irlandese. Che secondo l’inchiesta condotta da Ispettorato del Lavoro, Inps e Inail risparmia milioni di euro grazie a un incastro di società, frutto di un complicato gioco di ingegneria tributaria che fa perno sulle società attraverso le quali Michael O’Leary fa lavorare i suoi dipendenti sotto la bandiera con l’arpa celtica in campo azzurro. “Abbiamo vagliato la posizione dei dipendenti Ryanair che lavorano negli aeroporti italiani, Paese nel quale sono stati assunti – spiega a IlFattoQuotidiano.it Davide Venturi, dirigente dell’Ispettorato territoriale di Bologna, che ha coordinato l’indagine – ma che hanno un contratto di diritto irlandese”.

Secondo l’Ispettorato, Ryanair (che prima del 2012 pagava le tasse solo in Irlanda) ha aperto in Italia una posizione previdenziale per questi lavoratori, ma non ha pagato tutti i contributi. Ad esempio non ha versato quelli per la tredicesima e la quattordicesima: “Per il diritto irlandese la tredicesima non esiste neanche, ma per la legge italiana sì“. E non ha rispettato neanche le norme che regolano il trattamento di fine rapporto: “Da noi le aziende che hanno oltre 30 dipendenti devono corrispondere il Tfr nel Fondo Tesoreria Inps, ma Ryanair non lo fa”.

Una situazione che riguarda centinaia di piloti che lavorano negli scali italiani in cui Ryanair è presente. Il caso tipico: “Un dipendente assunto con un contratto di diritto irlandese, che vive a Bologna, ogni giorno vola in diversi Paesi d’Europa e la sera torna a casa sua a Bologna”. Ma il discorso vale per Bari, Orio al Serio, Pisa, Roma, Brindisi, Cagliari, Catania, Lamezia Terme, Milano Malpensa, Palermo, Pescara, Alghero e Trapani. “Non è vietato che il contratto di queste persone sia di diritto irlandese – prosegue Venturi – ma dal 2012 in Italia esiste una norma prevista dal Regolamento europeo 883 del 2004, che dice che, indipendentemente dalla legge nazionale, per questi lavoratori la società deve pagare i contributi nel Paese in cui tornano a dormire la sera”. E Ryanair non lo fa.

Fin qui le briciole. Il risparmio vero sta altrove. Lo stratagemma è quello di pagare buona parte degli stipendi sotto forma di indennità di volo, sulla quale le compagnie aeree non sono tenute a pagare i contributi. “Se su mille euro 700 vengono pagati sotto questa forma, peraltro senza che ci sia stato un accordo sindacale – prosegue il responsabile dell’indagine – su quei 700 euro l’azienda non versa i soldi che dovrebbe allo Stato”. Non solo: “Questa indennità è dovuta solo quando il dipendente non ha un aeroporto di riferimento – spiega ancora Venturi – In questo caso, invece, tutti i dipendenti Ryanair che lavorano in Italia ne hanno uno“. Quindi per la legge l’istituto non può essere utilizzato.

Il perno su cui ruota il sistema sono le società attraverso cui viene assunto il personale. Ryanair fa contrattualizzare parte due suoi dipendenti, in genere i più giovani, da piccole aziende di diritto irlandese di somministrazione di manodopera. Sono sei in tutto, le più grandi delle quali sono “Crewlink” e “Work Force“: una galassia di società interinali che la low cost usa come bacino di forza lavoro. Queste società sono registrate in Italia come compagnie aeree e per questo possono pagare parte degli stipendi come indennità di volo. Il problema è che, prosegue Venturi, “queste aziende non posseggono neanche un aereo e non sono autorizzate da Enac. Quindi sono registrate come compagnie aeree in maniera illegittima allo scopo di non pagare i contributi”.

Ancora: “Queste aziende si sono stabilite in Italia dal punto di vista previdenziale in quella che si chiama una totale commistione con un unico regista, schema che non è consentito dalle nostre leggi ma è previsto dal diritto internazionale – conclude Venturi – Per questo non ne abbiamo contestato l’illegittimità, ma abbiamo deciso di chiedere a Ryanair i contributi non pagati perché siamo certi che in questo caso si applica il diritto previdenziale italiano, secondo cui chi beneficia della prestazione deve pagare i contributi”. E a beneficiare della prestazione è Ryanair. Che annuncia ricorso: “Abbiamo dato mandato ai nostri legali di fare immediatamente appello contro la decisione”, fa sapere l’azienda. Che nel 2016 e nel 2017 aveva vinto nei tribunali di Bergamo e Brescia contro Inps e Inail che le chiedevano 9,4 milioni per gli anni dal 2006 e il 2010.

@marco_pasciuti

m.pasciuti@ilfattoquotidiano.it

 

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