Apprendo con grande dispiacere della scomparsa di Alessandro Pizzorno, uno dei massimi sociologi italiani. Avevo incontrato Sandro qualche anno fa a un seminario presso l’Università di Firenze, e dopo il seminario Nello Preterossi me lo aveva presentato e tutti e tre ci eravamo intrattenuti in un bar a chiacchierare. Così con Sandro ci eravamo visti diverse altre volte, a casa sua o all’Istituto Universitario Europeo di San Domenico di Fiesole, dove aveva insegnato e manteneva uno studio.

Sandro mi aveva da subito fatto l’impressione di essere un uomo dall’intelligenza e dalla cultura notevolissime, ma le sue doti umane di simpatia e di convivialità non erano inferiori. Soprattutto, come già aveva scritto molti anni fa Livio Sichirollo in un ritratto a lui dedicato su Belfagor, Sandro aveva un modo di fare lo scienziato e lo studioso che era dialogico, affidato alla trasmissione orale, al discorso, al confronto. Sichirollo in quel ritratto lo punzecchiava bonariamente: “Avaro quanto alla pagina scritta”. Pizzorno ha sempre scritto saggi, pubblicati in riviste prestigiosissime come prestigiosissima è stata la sua carriera e di livello internazionale le sedi in cui ha insegnato (Harvard e Oxford, tra le altre). E questi saggi sono poi confluiti in raccolte miscellanee, tra cui forse le più importanti sono Le radici della politica assoluta (Feltrinelli) e Il velo della diversità. Studi su razionalità e riconoscimento (ancora Feltrinelli).

Ma occorre menzionare anche gli studi sul pluralismo e sulle classi sociali, e il pamphlet Il potere dei giudici (Laterza). Forse non ha scritto la ‘monografia della vita’, ma ha disseminato una serie notevole di saggi seminali e assai citati. Mi piace menzionare un saggio che fece molto discutere e che rispondeva al famoso Le basi morali di una società arretrata, ovvero il libro di Banfield che coniava l’espressione ‘familismo amorale’ per descrivere il dispositivo che regolava le relazioni nel Sud dell’Italia. Sandro aveva commentato con un saggio dal titolo Familismo amorale e marginalità storica ovvero perché non c’è niente da fare a Montegrano, in cui sosteneva che l’organizzazione del sistema capitalistico lacera il legame comunitario originario, che dunque deve essere sostituito con un nuovo legame, ‘artificiale’, con una comunità più ampia, basata su una nuova forma di ‘solidarietà’.

Negli ultimi anni stava lavorando a una sua passione intellettuale, Thomas Hobbes. E fu così che ci siamo frequentati qualche volta. Quando capita che un uomo di oltre novant’anni, di quella caratura intellettuale, ti chieda di andare a casa sua per discutere le sue idee su Hobbes, idee che sarebbero dovute confluire in un libro e che lui scriveva e riscriveva anche in ragione delle obiezioni che gli facevi, e che non ha fatto in tempo a uscire, non puoi e non vuoi certo dire di no. Sandro elargiva generosamente il suo sapere, ma era curioso di conoscere cosa pensavi tu. Una dote rara, rarissima, che lo rendeva un singolare soggetto dallo sguardo acuto e fulminante. I suoi aneddoti erano straordinari spaccati di vita culturale italiana. Come quando mi raccontò il suo rientro in Italia da Teheran (dove insegnava) ad Ancona su suggerimento di Bobbio, e i dieci anni successivi trascorsi nella città marchigiana partendo tutte le domeniche con il treno da Milano e rientrando il mercoledì, le gite in nave coi colleghi (Claudio Napoleoni, Sabino Cassese, tra gli altri). Una volta andai a trovarlo per colazione all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, mentre andavamo a mensa si fermò a salutarlo Wolfgang Streeck.

A Patrizia vanno le mie sentite condoglianze.

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