Qualche anno fa, era il 2007, Boris Johnson correva per il primo mandato come sindaco di Londra. Durante un dibattito elettorale chiarì a perfezione la sua visione per l’uscita dall’Unione Europea; allora Brexit era una definizione assente dal dibattito pubblico e limitata agli hardcore anti Ue. In sostanza, l’ex sindaco di Londra disse: il mondo è diventato più piccolo grazie a spostamenti veloci e tecnologia, perché dovremmo stare in un’Unione politica con paesi molto diversi dal nostro, con economie deboli, dove mettiamo molto e prendiamo poco? Dove non abbiamo controllo delle frontiere e dove gli immigrati Ue dei paesi più poveri approfittano del nostro welfare? Per Boris Johnson il modello non era quello del “super-Stato” ma una versione 2.0 del Commonwealth, con paesi che parlano la stessa lingua e hanno standard culturali simili. Usa, Australia e Canada, al posto di Francia, Germania e Italia.

Chi seguì la campagna elettorale, ricorda probabilmente la sua “discesa in campo”: in tanti lo consideravano uno svitato, in pochi lo presero seriamente. E nessuno, probabilmente, avrebbe scommesso un penny allora che il 29 marzo 2019 sarebbe stato Brexit day (anche se, fino a nuovo ordine, lo sarà solo sulla carta).

Sembra di parlare di secoli fa ma solo a metà degli anni 2000, nell’ultima fase del blairismo, si discuteva di aderire all’euro e nonostante la permanenza critica nell’Unione, almeno in superficie, non c’erano avvisaglie che il Regno Unito stesse per imboccare la discesa verso il precipizio. Anzi, no: le avvisaglie, almeno nella società, c’erano. Soprattutto per chi voleva vederle. Le disuguaglianze enormi tra città (Londra soprattutto) e la campagna. E all’interno delle città, la divisione netta tra ricchi e poveri, “locals” e immigrati. Il Regno Unito, insomma, era attraversato da una lunga serie di fratture che il benessere (apparente) portato dalle multinazionali e dal social-liberismo dell’era Blair avevano solo oscurato.

Per molti la Brexit è e sarà un suicidio ma chi conosce il Regno Unito sa bene che il voto del 23 giugno 2016 non è piovuto dal cielo. Sono almeno tre gli eventi dell’ultimo decennio che gli hanno spianato la strada.

Il primo è stato l’allargamento dell’Ue del 2004: la Gran Bretagna è stata tra i paesi ad aver vissuto il più intenso afflusso di lavoratori neo comunitari, tanti e tutti insieme, soprattutto dalla Polonia. Il cambiamento demografico, soprattutto nelle campagne, è stato così rapido e non accompagnato da aver creato il terreno ideale per le campagne contro i “polish plumbers” che rubano lavoro e contro i “turisti del welfare”.

Il secondo sono stati gli attentati del 07/07, l’11 settembre di Londra. Il Regno Unito fece i conti allora con un fenomeno nuovo, molto diverso dal terrorismo nordirlandese: i radicalizzati  islamici “home grown”. Per anni, il problema dei quartieri-ghetto di East e North London, di Birmingham, di Manchester e di Liverpool era stato affrontato, semplicemente, ignorando questi quartieri e le comunità che li abitavano, pensando che essere nati su suolo britannico e parlare inglese come nativi, fosse un requisito sufficiente per creare integrazione nella società.

Il terzo evento, quello che ha segnato l’inizio della fine è stata la crisi del 2008; una crisi che non è servita a ridimensionare la voracità della City ma al massimo ad offrire una scusa al governo per fare a pezzi quanto rimaneva di un sistema di welfare un tempo generoso.

Sullo sfondo c’è il passato coloniale, mai realmente affrontato, che da tempo ha presentato il conto. E se mezza Europa ha un problema analogo, quello del Regno Unito – il più grande ex impero della storia – si sta mostrando con toni più drammatici.

Quindi no, il voto sulla Brexit non è stato un inganno ma l’apice – quasi inevitabile – di una profonda crisi di identità del Regno Unito che ha radici lontane.

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