La strada per la parità di genere e la difesa della donna iniziò con la difesa… di un uomo. Strano, ma vero. Una giusta causa, in uscita nelle sale italiane dal 28 marzo 2019, è un film che ti fa osservare un problema etico, sociale, e di genere, immenso, ancora oggi non del tutto risolto, rovesciando il cannocchiale con cui lo si guarda. Negli anni settanta, in piena epoca di battaglie per i diritti civili, per mostrare a tutti gli americani che le donne venivano ovunque discriminate, una brillante laureata in legge ad Harvard, “costretta” a diventare insegnante perché nessuno studio legale voleva un’avvocatessa così in gamba, acciuffa una causa tributaria che ha per protagonista un uomo solo con mamma inferma, per affermare un principio generale che farà scuola.

Lei è Ruth Bader Ginsburg, nel film interpretata dalla minuta e volitiva Felicity Jones, la celebre paladina dei diritti delle donne che nel 1993 venne eletta giudice della Corte Suprema, dopo che nel 1972 aveva iniziato ad affermare la sua attività di avvocato vincendo la causa epocale Moritz vs. Commissione delle entrate dell’agenzia tributaria (IRS). In pratica il signor Moritz, un commesso viaggiatore, single, con madre improvvisamente inabile a carico, aveva detratto dalle tasse le spese per un’infermiera. In primo grado la richiesta di Moritz era stata bocciata proprio perché era un uomo e non era sposato. Quella richiesta poteva essere effettuata solo da una donna. La Ginsburg coadiuvata dal marito, un fenomeno del diritto tributario d’oltreoceano, e dai legali dell’American Civil Liberties Union, ribaltano la sentenza in appello, dimostrano che l’impalcatura legislativa è stata superata dai tempi, e riescono ad ottenere l’affermazione del principio per il quale la discriminazione in base al sesso è incostituzionale.

Diretto da Mimi Leder (The Peacemaker, più una decina di episodi di ER), Una giusta causa è un courtroom movie, oltretutto totalmente liberal, soltanto nella seconda parte. I primi tre quarti d’ora di film, infatti, mostrano la fatica di Ruth nell’affermarsi a livello sociale e scolastico (è solo una di una decina di studentesse che è stata ammessa ad Harvard), poi a livello professionale (gli studi legali che non l’accettano), subendo pregiudizi in base al sesso pur crescendo e abitando nella democratica costa Est tra gli anni cinquanta e sessanta. A livello di scrittura sottotraccia emerge carsicamente una parificazione di ruoli casalinghi tra Ruth e il marito Martin (Armie Hammer), qualcosa di mai scontato e di molto leale, sincero, naturale. In fondo la forza di questo lavoro a tesi sta proprio in questo dato etico della messa in scena: la normalità di una coppia con identici diritti e doveri rispetto alla società circostante. A proposito è una segretaria zelante e idealista, che batte a macchina tutto il j’accuse giudiziario della Ginsburg, a chiedere di cambiare la parola “sesso” con “genere”. Forse bisognerebbe fare un film anche su di lei. 

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