Il 22 marzo di 25 anni fa era un martedì. A Milano, nella centralissima via Dante, si brindò fino a tardi e la mattina dopo se ne videro i risultati: il primo numero de La Voce di Indro Montanelli tirò mezzo milione di copie e andò esaurito in poche ore. A 85 anni il fondatore sembrava un ragazzino; “Mi avete messo la minigonna” aveva detto al vicedirettore Vittorio Corona, e in effetti Corona si era inventato un progetto grafico innovativo fino alla provocazione, con la prima pagina dominata da un grande fotomontaggio destinato a fare scuola.

Tredici mesi dopo noi vociani fummo costretti a chiudere da un giorno all’altro nonostante il giornale vendesse ancora oltre 50mila copie. Mai quotidiano indipendente ebbe una morte più violenta e più oscura nella sua dinamica, anche se il movente era fin troppo chiaro. Come tutte le cose destinate a vivere solo la propria giovinezza La Voce fu cara agli dèi ma invisa ai potenti, a cominciare da Silvio Berlusconi che aveva appena ufficializzato la nascita di Forza Italia, costringendo a trarne le conseguenze il direttore del Giornale (la cui proprietà era stata ceduta da Silvio al fratello Paolo per aggirare la legge Mammì). Il più grande giornalista italiano non poteva certo concludere la sua carriera a capo di una testata di partito. Era arrivato il momento di fondare un secondo quotidiano controcorrente, uguale e opposto al Giornale, un quotidiano dove, dopo essere stato bollato di “fascista” dai radical-chic, i neo-berluscones potessero iniziare a chiamarlo “comunista”. Finalmente l’irriducibile anarchico borghese poteva pareggiare i conti con il conformismo.

Venticinque anni dopo la sua nascita, La Voce continua a essere oggetto di tesi di laurea, studiata come uno degli esperimenti più liberi e radicali prodotti dalla nostra stampa; quel che purtroppo non si può trasmettere a parole è il clima impalpabile di quei tredici mesi. In quel palazzo di via Dante, a due passi dai rivali del Giornale passato sotto la direzione di Vittorio Feltri, brillò l’ultima coda di una cometa, la magia delle storie destinate a durare per poco e dunque per sempre nella memoria, l’ultimo alito dei grandi quotidiani “preghiera laica del mattino”; e al tempo stesso uno slancio, una fame di futuro, una capacità di resistere e di rinascere, nonostante tutto, all’imperante Italia di B. Molti pensarono che La Voce fosse nata troppo tardi, invece era nata troppo presto.

Voglio concludere il mio ricordo di testimone oculare con le stesse parole che scrissi esattamente cinque anni fa: “Se la vita fu breve, l’idea di un giornale libero e solitario, dove l’unico padrone è il lettore, continuò a vivere. Nessuno mi toglie dalla testa che, se non ci fosse stato il clamoroso fallimento della Voce, non ci sarebbe stato il clamoroso successo del Fatto, e che se nell’altro mondo ci sono le edicole, è proprio Il Fatto Quotidiano che ogni mattina va a comprare Indro Montanelli. Non solo le colpe, ma anche i sogni dei padri ricadono sui figli”.

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