La Consulta ha il dovere e gli strumenti per offrirsi come tutela quando la Costituzione impone l’obbligo di regolare alcuni settori della vita sociale che però sono trascurati “indebitamente” dalla legge. Ma quando lo fa, non sempre il Parlamento si assume la responsabilità dell’iniziativa legislativa. E’ il rilievo mosso dal presidente della Corte Costituzionale, Giorgio Lattanzi, nella relazione annuale sul lavoro dell’alta corte. Lo strumento per relazionarsi con il Parlamento sono “i cosiddetti moniti“. Ma tale “tecnica sarebbe destinata a maggior impiego e successo se il Parlamento sapesse trarne spunto per avviare le dovute riforme legislative, ciò che purtroppo non sempre accade“. E l’esempio principale, dice Lattanzi, è il caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, che nel 2017 fu portato (su sua volontà) in Svizzera da Marco Cappato per essere aiutato a morire dopo essere rimasto cieco e tetraplegico per un incidente d’auto del 2014. La Corte, in questo caso, ha riconosciuto “il primato delle Camere nel definire dettagliatamente la regolamentazione della fattispecie in questione. Perciò confido fortemente che il Parlamento dia seguito a questa nuova forma di collaborazione, nel processo di attuazione della Costituzione, e non perda l’occasione di esercitare lo spazio di sovranità che gli compete“. L’appello è raccolto, per il momento, solo dal M5s. A scrivere sono i tre presidenti delle commissioni competenti della Camera Giuseppe Brescia, Francesca Bunisarolo e Marialucia Lorefice: “A quasi cinque mesi dall’ordinanza della Corte Costituzionale è sempre più urgente un intervento del legislatore sul tema del fine vita. La discussione su diverse proposte di legge in materia è aperta nelle commissioni Giustizia e Affari Sociali alla Camera e va affrontata senza paure e ideologie dandosi tempi certi. Il Parlamento ha sei mesi di tempo per raccogliere il monito della Corte ed evitare un clamoroso fallimento istituzionale”.

Proprio con il caso di Fabo, ha sottolineato ancora Lattanzi, la Corte Costituzionale ha inaugurato una “nuova tecnica decisoria” che Lattanzi definisce “incostituzionalità prospettata”. La Consulta, infatti, ha cercato di dare risposta a un “dilemma”: preservare la discrezionalità legislativa delle Camere a scapito di interessi che chiedono tutela oppure sacrificarlaperturbando l’ordinamento“, in cui si produrrebbero dei vuoti. Dunque, più nel merito, i giudici costituzionali hanno da una parte messo in luce le criticità dell’articolo 580 del codice penale, che punisce chi agevola il suicidio del malato irreversibile che rifiuti, spiega Lattanzi, “liberamente e consapevolmente, cure mediche, necessarie alla sopravvivenza, contrarie al suo senso di dignità“. Ma dall’altra ha ritenuto che spetti al legislatore, e non alla Corte, regolamentare la materia e ha dato circa un anno di tempo alle Camere per legiferare. “Sarebbe erroneo pensare – ha fatto notare il presidente della Consulta – che con questa decisione la Corte si sia ingerita nei tempi e nei modi di esercizio della funzione legislativa di spettanza del Parlamento, perché, come si è già detto, laddove vi sia un obbligo costituzionale di normare una materia, la discrezionalità legislativa si contrae, anche se della sola misura necessaria all’adempimento del dovere di attuare la Costituzione“.

Da una parte infatti il presidente della Consulta sottolinea la centralità della “discrezionalità legislativa” del Parlamento, al quale spetta decidere su quali materie intervenire e in che momento. Ma dall’altra ha ricordato che quando “la Costituzione impone di adottare una certa disciplina, con l’effetto che il vuoto normativo è esso stesso costituzionalmente illegittimo, allora cessa la discrezionalità“. E’ soprattutto in queste situazioni che la Corte interviene con i moniti. E accade che “le pronunce costituzionali siano molto spesso, più che il punto conclusivo di una certa vicenda, il punto intermedio di uno sviluppo normativo che trova compimento solo quando il legislatore lo conclude”.

In generale Lattanzi, pur non parlando delle leggi in discussione, dice di avere “un pallino da sempre”: “Ci dovremmo tenere la Costituzione così com’è“. “È un orologio ben congeniato: non è che il primo che arriva può cambiare una rotellina, poi l’orologio non funziona più “. Spiega il presidente della Consulta che “la Costituzione è un meccanismo delicato e incidendo sulla sua organizzazione si rischia di mettere in discussione i diritti”. Lattanzi ricorda che “in più di 20 anni  ci sono state varie commissioni, due proposte di modifica sottoposte a referendum sono per fortuna abortiti. E alcune delle persone che allora proposero le modifiche sospetto siano oggi ben contente che non siano andate in porto”.

Durante il 2018 la Corte Costituzionale ha pronunciato 186 sentenze e 64 ordinanze, per un totale di 250 provvedimenti. I giudizi definiti sono stati 359 e le questioni pervenute 301, con una conseguente riduzione dei giudizi pendenti, dai 376 di fine 2017 ai 318 di fine 2018.  Il totale delle decisioni segna una leggera diminuzione rispetto agli ultimi anni (281 decisioni nel 2017, 292 nel 2016) ma il numero delle sentenze è rimasto sostanzialmente invariato (186 sentenze del 2018 hanno fatto seguito alle 188 del 2017 e alle 179 del 2016). Per quanto riguarda i giudizi detti “in via incidentale”, cioè quelli di relativi alle questioni di legittimità sollevate dai giudici comuni nell’ambito di procedimenti giudiziari, Lattanzi ha anche rilevato che i tempi di giudizio sono “oramai di poco superiori all’anno“.