In questo blog ho già più volte affrontato il problema del contenzioso medico-paziente quando qualcosa va storto e la cura ha provocato danni. Occorre andare incontro a due esigenze al momento antitetiche. Da una parte la richiesta del paziente o dei suoi familiari del riconoscimento del danno subito a seguito della cura che non ha funzionato. Dall’altra l’esigenza del medico di poter operare e intervenire al meglio senza dover sempre pensare alle conseguenze legali. Se il medico agisce sotto la pressione della paura di essere incriminato rifiuterà di curare il paziente o attuerà quella che viene definita medicina difensiva.

Una soluzione a questo problema potrebbe venire dallo svincolare il risarcimento per danni medici dalla responsabilità medica. Attualmente il risarcimento viene riconosciuto al paziente se il medico è stato in qualche modo colpevole di qualcosa. Si parla spesso di negligenza, imprudenza o imperizia e quindi sempre vi è un parallelismo fra una colpa o responsabilità civile e un risarcimento. Spesso, oltre che una causa in sede civile per responsabilità professionale, il medico viene coinvolto penalmente. Come la mettiamo invece col fatto che la pratica medica è parzialmente imprevedibile e che, secondo le statistiche scientifiche, in ogni attività medica esiste un’alea di incertezza e di rischio?

Se ad esempio nell’operare un paziente c’è un rischio, internazionalmente accertato, dello 0,1% di morte, è chiaro che un medico che operi in un anno circa mille pazienti avrà, secondo questa statistica, 999 successi e un decesso. Ci potrà essere un anno fortunato ma, se le statistiche sono corrette, l’anno dopo avrà due casi infausti. Anche il più bravo chirurgo si troverà impelagato in vicende giudiziarie nell’ordine di una all’anno che sovrapponendosi, viste le lungaggini, porteranno ad avere contemporaneamente sei o sette procedimenti civili o penali.

Proporre di risarcire in tutti i casi coloro che, sfortunatamente, subiscono danni da atti medici, secondo tabelle stilate dalle assicurazioni, potrebbe eliminare il contenzioso e drasticamente ridurre i procedimenti per colpa medica solo alle situazioni in cui veramente si sia determinato qualcosa di anomalo. In questo modo il chirurgo, che abbiamo prima citato, potrà continuare a salvare ogni anno 999 persone per poi certo dispiacersi per il decesso, ma non dover subire un procedimento giudiziario in cui viene messa in dubbio la sua professionalità. Soprattutto si sentirà nello stato emotivo adeguato per continuare a svolgere correttamente la sua delicata opera.

Ogni atto medico secondo questa proposta dovrebbe essere assicurato o privatamente dal medico stesso con una percentuale della parcella o dalla struttura in cui lavora. Da cifre minime per una semplice ricetta fino a cifre elevate per importanti interventi, per il parto o terapie d’urgenza. Forse la spesa sanitaria aumenterebbe un poco per la necessità di assicurare tutti gli atti terapeutici, ma certo si otterrebbero due ottimi risultati:

1. da una parte i pazienti e loro familiari vedrebbero sempre riconosciuto economicamente il danno subito con cifre standard, mentre ora spesso si assiste a una sorta di roulette russa in cui alcuni vincono la causa e ricevono cifre enormi mentre altri la perdono;

2. i medici incorrerebbero in cause per colpa medica solo in casi particolari, in cui veramente è avvenuto qualcosa di anomalo, e potrebbero svolgere con una certa tranquillità la loro professione.

Occorrerebbe una valutazione, che io non sono in grado di fare compiutamente, dei costi di questa proposta, mettendo su un piatto della bilancia le spese legali, le spese per “medicina difensiva”, le spese per risarcimenti e, dall’altra, la spesa per una copertura assicurativa di ogni atto medico e per assicurazioni professionali secondo tabelle calmierate di risarcimento.

Prima che economico però questo è un problema psicologico, in quanto il paziente e i suoi familiari non devono mirare a distruggere il medico che, a loro avviso, ha provocato dei danni. Inoltre deve entrare nella mentalità generale l’idea che in ogni atto terapeutico – anche il più banale, come somministrare un farmaco molto diffuso – esiste il rischio di reazioni allergiche o effetti collaterali specifici per quella persona.

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