I fondi concessi dal Fondo interbancario alla Popolare di Bari per il salvataggio di Banca Tercas nel 2014, bocciato all’epoca dall’Antitrust Ue, non rappresentavano un aiuto di Stato. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Ue accogliendo il ricorso presentato nel marzo 2016 dall’Italia e dall’istituto di credito pugliese, sostenuto dalla Banca d’Italia, e annullando quindi la decisione della Commissione europea. Poiché, ha sentenziato il tribunale, “non ha dimostrato che i fondi concessi a Tercas a titolo di sostegno dal Fondo interbancario (dove sedeva nel consiglio un rappresentante di Bankitalia, ndr) fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane”.

La decisione ha provocato la dura reazione dell’Associazione bancaria italiana che, con il suo presidente Antonio Patuelli, ha invitato il commissario Ue alla concorrenza, Margrethe Vestager, alle dimissioni perché l’interpretazione dell’Antitrust Ue sul ruolo del Fondo interbancario “ha aggravato le crisi bancarie” rendendole “più costose”. “Le conseguenze di una sentenza sono giuridiche ed economiche e non possono che essere anche istituzionali”, ha spiegato Patuelli.

“Quell’intervento era totalmente legittimo e ora il Tribunale europeo lo dimostra: così erano pure legittimi – sottolineano Patuelli e il dg dell’Abi, Sabatini – gli interventi pensati dal Fondo interbancario di tutela dei depositi per le ‘quattro banche’, predisposti innanzitutto per la Cassa di Risparmio di Ferrara, ma bloccati dalla Commissione europea in modo illegittimo”. Di qui la richiesta – condivisa anche da M5s, esponenti del Pd e dei sindacati bancari – che la Commissione Ue “rimborsi i risparmiatori” e le banche concorrenti “danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni”.

In particolare la Corte di giustizia spiega come “spettava alla Commissione disporre d’indizi sufficienti per affermare che” l’intervento del Fondo interbancario era “stato adottato sotto l’influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche” e che, di conseguenza, esso era, in realtà, “imputabile allo Stato”. Nel caso di Tercas, invece, la Commissione “non disponeva d’indizi sufficienti per una siffatta affermazione”. Al contrario, “esistono nel fascicolo numerosi elementi che indicano che il Fondo di tutela depositi (alimentato dalle stesse banche private, ndr) ha agito in modo autonomo al momento dell’adozione dell’intervento a favore di Tercas”.

Il Tribunale europeo ritiene infatti che “il mandato conferito al Fondo interbancario dalla legge italiana consista unicamente nel rimborsare i depositanti (entro il limite di 100mila euro per depositante), in quanto sistema di garanzia dei depositi, quando una banca membro di tale consorzio è oggetto di una liquidazione coatta amministrativa”. Al di fuori di tale ambito, “il Fondo non agisce in esecuzione di un mandato pubblico imposto dalla normativa italiana”. Gli interventi di sostegno a favore di Tercas avevano quindi, spiegano ancora i giudici europei “una finalità diversa da quella derivante da detto sistema di garanzia dei depositi in caso di liquidazione coatta amministrativa e non costituiscono l’esecuzione di un mandato pubblico”.

L’autorizzazione di Banca d’Italia all’intervento, ad avviso del Tribunale Ue, “non costituisce un indizio che consenta d’imputare la misura” come un’azione dello Stato italiano e il suo intervento nei negoziati tra il Fondo, la Popolare di Bari  e il commissario straordinario di Tercas “è solo espressione di un dialogo legittimo e regolare con l’autorità di vigilanza, senza che quest’ultimo abbia avuto un impatto sulla decisione del Fondo d’intervenire a favore di Tercas”. E, oltretutto, i delegati di Palazzo Koch “che assistevano alle riunioni degli organi direttivi del Fondo hanno avuto in questo caso un ruolo puramente passivo di meri osservatori”. In seguito alla decisione dell’Antitrust europeo, il Fondo ha dovuto creare uno schema volontario ‘clonando’ quello esistente, senza la presenza del rappresentante di Banca d’Italia, per rimarcare ancora più il carattere privato e non obbligatorio, per procedere ad alcune operazioni di salvataggio o sostegno di altri istituti come alcune casse e Carige.

Con la sua bocciatura dell’intervento del Fondo su Tercas iniziata a febbraio 2015 e confermata nel dicembre di quell’anno, la Commissione Ue aveva bloccato due operazioni di salvataggio: Cassa di Risparmio di Ferrara e Banca Marche e stoppato una terza che era in itinere, quella su Banca Etruria. Tutte e tre le banche sono state poi colpite dal provvedimento di risoluzione del novembre 2015 con conseguenze economiche, sociali e politiche e con costi che, secondo lo stesso Fondo, sono stati più elevati di 1,5 miliardi di euro. Anche il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, e l’Abi hanno più volte sottolineato il maggiore onere e i danni creati comunque sulla stabilità delle banche dalla misura.

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