Al suo letto si sono alternati 25 specialisti durante il mese di ricovero all’Humanitas, dove i medici non riuscivano a capire quale fosse l’origine di quell’aplasia midollare che la stava distruggendo da dentro. Forse è stato un mix di sostanze radioattive quello che ha ucciso Imane Fadil, teste chiave del processo Ruby morta nell’ospedale di Rozzano, Milano, lo scorso 1 marzo. Tanti, tantissimi i punti ancora da chiarire. I pm milanesi che indagano per omicidio stanno ascoltando in Procura il direttore sanitario dell’Humanitas Michele Lagioia e in programma in questi giorni sono molte le audizioni di testimoni. L’audizione si svolge nell’ufficio del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che coordina le indagini per omicidio volontario. Gli esiti parziali di un test eseguito in un centro specializzato avrebbero confermato, come è già emerso, presenza di radioattività sul corpo della 34enne anche se Repubblica spiega che le analisi effettuate finora nel sangue “hanno evidenziato finora solo una debole presenza di radioattività“.

Motivo per cui non è scattato nessun protocollo previsto “nei casi di contaminazione elevata. Procedure – si legge ancora sul quotidiano – che prevedono specifiche protezioni, isolamento e profilassi su medici e infermieri“. La Stampa, però, scrive che “secondo alcuni esperti dell’Humanitas la giovane potrebbe avere ingerito del cobalto ionizzato due-tre settimane prima del ricovero, avvenuto lo scorso 29 gennaio. La sostanza potrebbe essere svanita nel tempo, tanto da risultare presente in quantità minima nel sangue (0,70 contro i 40 che attestano la tossicità). Ma al momento è soltanto un’ipotesi”. Il suo corpo, intanto, resta fermo all’obitorio di Milano in attesa dell’autopsia, che dovrebbe avvenire mercoledì o giovedì. Sul fascicolo che la riguarda, però, la procura ha fatto scrivere: “Nessuno deve vederla”. Né amici, né parenti. Un divieto forse imposto per evitare eventuali rischi.

Intanto la Procura è in attesa della seconda tranche di analisi che dovrebbero confermare l’ipotesi della radioattività. Esami effettuati sui tessuti da un laboratorio milanese, dopo che quelli fatti dalla Maugeri di Pavia avevano rilevato soltanto la presenza di alcuni metalli. Tutte quantità comunque sotto i livelli di guardia. E, scrive il Corriere della Sera, anche nell’urina sono stati rilevati “elementi sospetti sui quali si concentra l’attenzione della Procura“. La convinzione della 34enne di essere stata avvelenata, sarebbe arrivata dopo avere parlato con qualche sanitario della clinica, perché a quel deperimento non si riusciva a dare un nome.

Le indagini, intanto proseguono: è stato sequestrato il cellulare della ragazza, per verificare chi avesse incontrato o sentito prima del ricovero. E la Scientifica della questura, continua Repubblica, “sta analizzando rossetti, creme e profumi per verificare se Imane sia stata uccisa da qualche sostanza tossica”. E per il quotidiano non è del tutto escluso che a causare la morte della ragazza sia stato il lupus. Al quarto piano del palazzo di Giustizia fanno sapere che, per una questione di sicurezza, durante l’esame autoptico, i prelievi (si comincerà con i campioni di un rene, organo ritenuto una ‘spugna’), i carotaggi e quant’altro “verranno fatti con tutte le cautele possibili” proprio per evitare qualsiasi rischio di una eventuale contaminazione. Intanto domani il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio, che coordinano l’inchiesta condotta dalla Squadra Mobile, proseguiranno con l’attività istruttoria. La loro agenda è fitta, molte saranno le persone convocate come testimoni: i medici, gli infermieri e il personale della clinica di Rozzano dove Imane Fadil è morta – ci sono da chiarire anche le versioni discordanti tra Procura e ospedale sui tempi di comunicazione del decesso -, e poi, parenti, amici e anche alcune delle ragazze che sono state ospiti ad Arcore o personaggi che la giovane ha citato nei suoi verbali e che sono già stati citati in aula durante i processi con al centro le feste hot nella residenza milanese di Silvio Berlusconi.

Esami e carotaggio degli organi: le analisi sul cadavere – Sale schermate, maschere e camici piombati, appositi sistemi di protezione e la rara tecnica del carotaggio degli organi. La ricerca della verità sulla morte di Fadil è ora affidata anche a tecniche rare che vengono adottate nelle autopsie su cadaveri con sospetto avvelenamento da radiazioni. Anche per questo motivo sarà effettuato il ‘carotaggio degli organi’, una tecnica rara e recente, utilizzata soprattutto in ambito internazionale. È un tipo di prelievo effettuato attraverso una siringa piuttosto grande e con un ago dal diametro di uno o due centimetri, che una volta penetrata nell’organo effettua un taglio e ne aspira una parte. Quest’ultima verrà poi depositata in contenitori schermati che raggiungeranno i laboratori, altrettanto isolati, per essere analizzata.

“È un tipo di prelievo utilizzato per esami tossicologici che evita le contaminazioni della superficie con l’interno degli organi e garantisce un prelievo puro. In Italia questo tipo di tecnica è relativamente recente e raramente utilizzata”, spiega Gianni Arcudi, direttore della Medicina legale dell’Università di Roma Tor Vergata, ricordando una serie di autopsie che in passato sono state effettuate sui militari italiani che si erano ammalati in Bosnia quando scoppiò il caso dell’uranio impoverito. Altissime le precauzioni da adottare in autopsia delicate di questo tipo per evitare il rischio contaminazioni. L’esame, che potrebbe essere eseguito mercoledì prossimo a Milano, secondo il protocollo previsto in questi casi potrebbe svolgersi in sale schermate con il piombo. Tutto dunque sarà isolato per evitare qualsiasi forma di contaminazione: anche per i medici e il personale che opererà all’interno di quell’ambiente sono previsti, oltre a guanti speciali, camici e maschere ‘piombati’. “Si tratta di una serie di precauzioni che hanno l’obiettivo di garantire prelievi puri, senza contaminazioni – prosegue Arcudi -. Anche se l’autopsia sarà effettuata a Milano, le procedure dovrebbero essere le stesse di quelle utilizzate a Roma dove, nell’istituto di medicina legale del Verano, per questo tipo di autopsie c’è una cella sotterranea blindata con il piombo”.