Imane Fadil negli ultimi mesi era “molto sospettosa”. Temeva di essere “controllata” e continuava a ripetere che aveva ancora “molte cose da dire” sul caso con al centro le serate ad Arcore. Lo dice all’Ansa chi ha avuto modo di parlarle a lungo negli ultimi mesi. Sempre all’Ansa, risulta che la ragazza avesse rivelato solo dieci giorni prima ai medici dell’Humanitas, dove era ricoverata in gravi condizioni, il timore di essere stata avvelenata. L’Humanitas ha riferito che gli esami tossicologici provano che Imane sia stata uccisa da un mix di sostanze radioattive. Nell’ospedale di Rozzano la ragazza è stata ricoverata dal 29 gennaio fino al 1 marzo, giorno in cui è deceduta. Le analisi sono state effettuate il 26 febbraio dal Centro Antiveleni dell’Irccs Maugeri di Pavia che ha inviato i risultati alla clinica il 6 marzo. Il direttore del Centro Antiveleni dell’Istituto Scientifico Carlo Locatelli, però, precisa che la consulenza tossicologica riguardava “il dosaggio dei metalli” e che l’istituto “non identifica radionuclidi e non effettua misure di radioattività“.

“Campioni biologici della paziente sono stati inviati al Centro dall’ospedale in cui si trovava ricoverata, per esami e consulenza tossicologica – ha detto Locatelli -. È stato richiesto il dosaggio dei metalli, ossia la loro individuazione in liquidi biologici, attività che è stata effettuata, e il cui esito è stato trasmesso alla struttura che lo aveva richiesto. Esito che era ed è evidentemente protetto da privacy“. “Con riferimento al sospetto avvelenamento e alle notizie stampa diffuse – prosegue la nota – è opportuno ricordare che il Centro Antiveleni dell’Irccs Maugeri di Pavia non identifica radionuclidi e non effettua misure di radioattività“. “Anche in considerazione della notizia di un’inchiesta disposta dall’Autorità giudiziaria – conclude il comunicato – il Centro Antiveleni dell’Irccs Maugeri Pavia non fornirà alcuna ulteriore dichiarazione”.

Nel sangue trovati cobalto, cromo, nichel e molibdeno – Le indagini della Procura di Milano si stanno di fatto concentrando sulla presenza di alcuni metalli nei campioni di sangue prelevati alla 34enne e analizzati a Pavia. Per stabilire le cause della morte bisognerà attendere gli esiti dell’autopsia in programma per mercoledì o giovedì. Comunque, i sintomi, come l’assenza di globuli bianchi che ha richiesto molte trasfusioni e il fegato compromesso, per i pm sono “compatibili con un avvelenamento”. Le indagini della Squadra Mobile di Milano, coordinate dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Luca Gaglio, si concentrano sui metalli individuati nel sangue di Fadil, ossia il cobalto, il cromo, il nichel e il molibdeno. Da quanto si è saputo, il primo sarebbe stato presente con un quantitativo di 0,7 microgrammi per litro. Valore molto basso se si pensa che il livello di minimo di tossicità è di 41 microgrammi per litro. Ad ogni modo, il cobalto potrebbe presentare degli indici di radioattività, ma il Centro di Pavia non effettua questo tipo di misurazioni.

Dal lupus alle analisi su 50 metalli: la degenza – A poter fare luce sulla misteriosa morte di Fadil, comunque, come è stato riferito in Procura, saranno solo gli esiti dell’autopsia che avverrà alla presenza di un pool di consulenti nominati dai pm e guidato dalla notissima anatomopatologa Cristina Cattaneo. Da quanto è stato accertato finora, i sintomi che la giovane presentava prima di morire sono “compatibili” con l’avvelenamento. Entrata all’Humanitas lo scorso 29 gennaio, lamentava gonfiori, importanti dolori all’addome, vomitava, e presentava un quadro clinico molto complicato. È stata ricoverata per una gravissima disfunzione del midollo osseo che aveva smesso di produrre globuli bianchi, rossi e piastrine. Da quanto si è saputo, i medici nel cercare le cause di questa grave aplasia midollare avevano anche pensato ad un tumore, poi escluso.

Dopo una prima valutazione è stata subito trasferita in terapia intensiva, dove sono iniziati tutti gli accertamenti possibili, tanto che una delle diagnosi, poi scartata, è stata quella di ‘lupus’, una malattia cronica di natura autoimmune che può colpire diversi organi e tessuti del corpo. Dopo di che per un aggravamento improvviso è stata trasferita in rianimazione dove, essendo anche molto agitata, è stata sottoposta a sedazione farmacologica. Poi, le sue condizioni sono migliorate ed è quindi stata trasferita nel reparto di Medicina generale, dove, dopo aver detto di avere il timore di essere stata avvelenata, sono stati effettuati gli accertamenti tossicologici di base, ai veleni più comuni e anche alle sostanze stupefacenti per capire se avesse assunto qualche droga ‘mal tagliata’. Accertamenti che hanno dato esito negativo e, visto il progressivo aggravarsi delle condizioni di Fadil e il decadimento progressivo degli organi, i medici hanno deciso di tentare la strada delle analisi del dosaggio su cinquanta metalli al Centro di Pavia. E gli esiti sono arrivati quando lei era già morta. Ora l’autopsia dovrebbe chiarire cosa abbia aggredito il midollo e poi gli organi vitali, portando, nel giro di un mese, alla morte.

Gli effetti delle sostanze radioattive nel corpo – “L’introduzione nell’organismo, per via orale o inalatoria, di elevate dosi di sostanze radioattive può determinare gravi danni a livello di diversi organi e apparati, attraverso la rottura non riparabile del Dna cellulare, in particolare una doppia rottura della catena del Dna”. Massimo Salvatori, docente di Medicina Nucleare presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli-Irccs di Roma, spiega all’Adnkronos Salute quali siano le conseguenze per l’organismo umano della contaminazione radioattiva. “A dosi di radiazioni relativamente più basse – prosegue l’esperto – il primo apparato a essere danneggiato è il midollo osseo con calo di piastrine, globuli bianchi e globuli rossi e possibili emorragie, infezioni e anemia. A dosi crescenti, il danno riguarda il sistema gastroenterico, con dolori addominali e diarrea emorragica, e il sistema nervoso centrale, con paralisi cerebrale. Un famoso caso di morte da contaminazione radioattiva da particelle alfa emesse da Polonio-210 fu quello dell’agente russo Aleksandr Litvinenko, morto a Londra nel 2006. Altri esempi di decesso per grave contaminazione radioattiva si sono avuti nel 1986 a seguito dell’incidente alla Centrale Nucleare di Chernobyl, quando diverse decine di vigili del fuoco e volontari accorsi a spegnere l’incendio ricevettero dosi altissime di radiazioni”.

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