di Marco Antonio Munno

Di per sé la notizia non sembra così speciale: il 24 febbraio, nello sprint femminile sui 55 metri nei campionati statali per studenti di high school nel Connecticut, la vittoria è andata a Terry Miller, trionfante su Andraya Yearwood. Le due hanno quindi replicato il risultato di livello sui 100 metri dello scorso anno, con la Miller a bissare il successo già ottenuto in stagione sui 300 metri.

Quello che però fornisce spunti di discussione riguardo al successo della coppia è la loro condizione di transgender. Il dibattito verte quindi su una domanda tanto facile in fase di formulazione quanto articolata in fase di risposta: è giusto che competano contro gli uomini o contro le donne?

Prima di proseguire nella lettura: se per affrontare il discorso si ha la pretesa di risolvere il tutto con conclusioni nette, non è questo il tema che fa per voi. D’altro canto, già il solo termine transgender non ha dei contorni totalmente definiti, ma dalle molteplici sfumature: sono infatti raggruppati sotto lo stesso termine i vari casi in cui l’identità o l’apparenza di genere non rispecchia quella del sesso predefinito, passando dalle casistiche in cui questa identità è opposta a quelli di bigender, pangender, genderqueer, genderfluid e agender.

A un quadro così variegato, uno dei concetti spesso associati è quello di discriminazione. Ma se solitamente vi si attribuisce il significato negativo, legato ai tristi pregiudizi con cui viene trattato chi intraprende quel tipo di percorso, con tutt’altra accezione la discriminazione stessa si rende necessaria in altri contesti. È fondamentale infatti specificare bene l’ambito nel quale si discute della situazione. Retaggi culturali o semplicemente la facile realizzabilità portano i bambini a essere spesso divisi sin da piccoli nei vari giochi a seconda del sesso assegnato alla nascita; confondendo, così, i piani ludico/sportivi e di identità di genere, quasi identificando delle corrispondenze fra sport e sessualità. Pazienza per i grembiulini rosa che volessero cimentarsi nei giochi per quelli con i blu e viceversa.

I due piani, invece, sono da trattare assolutamente in modo diverso. Se le discriminazioni sul trattamento legate all’identità sessuale personale nella società civile del 2019 sono semplicemente inaccettabili, quelle legate a un’identità “biologica”, alla base della pratica sportiva, sono invece da effettuare (ovviamente in senso costruttivo): fondamentale è che i due ambiti non si influenzino, restando ben distinti.

In ambito sportivo, tranne rare eccezioni, la categoria “femminile” e quella “maschile” sono ben distinte e il motivo è palese. La differenza fra le due categorie è legata a una questione di prestazioni che, a seconda delle proprie caratteristiche biologiche, non sono generalmente paragonabili in termini di forza, rapidità o resistenza, ovvero i cardini da un punto di vista fisico della competizione sportiva. Ci sono già riprove di come non vi sia legame con gli orientamenti sessuali: atleti omosessuali competono infatti all’interno della categoria del sesso di nascita.

Il problema si pone, come nel caso delle due studentesse, quando una trasformazione fisica porta o meno al cambio della categoria sportiva di partenza. Non è certo facile trovare una formula che assicuri una competizione quanto più leale dal punto di vista delle possibilità di prestazione. Ad esempio, il Connecticut delle due ragazze insieme ad altri 16 Stati permette ad atleti transgender di high school di competere senza restrizioni. In 34, ogni caso viene valutato singolarmente. Solo in sette sono in vigore misure restrittive, con limitazioni sulla partecipazione alle gare legati al sesso di nascita oppure al termine delle terapie ormonali.

La controversia è dietro l’angolo

Proprio quest’ultimo sembra un criterio da seguire per la regolamentazione del fenomeno: in una sfera biologica, niente sembra migliore di parametri scientifici per stabilire limiti che assicurino una parità di opportunità all’interno delle competizioni influenzate da caratteristiche fisiche. Certo, il passaggio dalla teoria alla pratica non è così facile: il perimetro tracciato per l’appartenenza alle due categorie di competizione maschile e femminile, ad esempio, con alta probabilità andrebbe continuamente rivisto e aggiornato, simile a quanto accade nella definizione delle sostanze dopanti. Oppure ci si potrebbe trovare davanti a episodi da trattare con le pinze: nella situazione di un soggetto che abbia intrapreso il percorso di passaggio da uomo a donna, ma che ancora dovesse competere con la categoria maschile, potrebbero piovere le accuse di delegittimazione della sua scelta (dimenticando la premessa di ambiti totalmente indipendenti).

Tuttavia, questi eventuali ostacoli non devono far sottovalutare le avvisaglie date dalla vicenda delle due ragazze: in una società che vuole finalmente colorarsi delle diverse sfumature che la sessualità può assumere, non intervenire sulla questione cercando di evitarne i problemi connessi consegnerebbe agli osservatori un quadro per nulla completo.