In varia misura, siamo tutti consapevoli di essere nel mezzo di una rivoluzione per l’umanità intera. La società industriale (che tra il XVIII e il XX secolo ha soppiantato la precedente società agricola) si sta trasformando molto velocemente in una società sempre più digitale. Questa rivoluzione, resa possibile dalla tecnologia dei computer digitali e spiegata e alimentata dalle conquiste scientifiche dell’informatica, ha permesso di realizzare per la prima volta nella storia dell’umanità sistemi automatici che – manipolando simboli di cui ignorano il significato secondo istruzioni di cui ignorano il significato – trasformano dati che hanno significato per l’uomo.

La società digitale è quindi pervasa da “macchine cognitive”, che realizzano, cioè, operazioni di natura cognitiva. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, la “rivoluzione informatica”, che ho caratterizzato come la terza “rivoluzione dei rapporti di potere”, perché per la prima volta nella storia dell’umanità funzioni cognitive vengono svolte da macchine. Questa terza rivoluzione “rompe” il potere dell’intelligenza umana, realizzando artefatti che possono meccanicamente replicare azioni cognitive caratteristiche dell’uomo.

L’essenza e il valore di queste macchine della conoscenza non risiedono nel loro supporto fisico (l’hardware) ma nel codice informatico sorgente (il software) che esse eseguono (dopo averlo eventualmente trasformato in forma direttamente eseguibile dall’hardware stesso). Così come non molti secoli dopo l’invenzione della scrittura l’umanità aveva inventato le biblioteche per conservare e tramandare il patrimonio di conoscenza che si era venuto via via accumulando, nel 2015 l’Inria ha avviato il progetto Software Heritage, per il mantenimento del codice informatico sorgente (software source code). L’Unesco si è aggregata nel 2017, insieme ad altri partner industriali e accademici, tra i quali l’università di Bologna.

Si tratta di mantenere anche in questo caso un patrimonio di conoscenza analogo a quello dei libri, ma di natura diversa. Nel libro è infatti conservato e tramandato un potere legato alla conoscenza di natura statica: è necessaria una persona che lo legga e lo trasformi in azione. Il codice informatico sorgente è invece una macchina cognitiva, conoscenza già pronta a entrare in azione (actionable knowledge, in inglese). Non abbiamo più, come nei libri, soltanto una rappresentazione statica di fatti e relazioni, ma un “artefatto cognitivo dinamico”, cioè un processo dinamico e interattivo di elaborazione e di scambio dati tra soggetto e realtà. Si tratta appunto di una rivoluzione di portata epocale, che l’umanità non ha ancora ben compreso.

Ecco appunto il motivo in base al quale un gruppo internazionale di esperti (dei quali mi onoro di far parte) è stato chiamato a Parigi lo scorso novembre da Unesco e Inria e ha elaborato un appello per rafforzare in tutto il mondo azioni miranti a conservare un patrimonio culturale di enorme valore per l’umanità e a renderlo accessibile a tutti.

La diffusione della consapevolezza del ruolo dei sistemi informatici (le macchine cognitive) tra i decisori politici è uno degli elementi fondamentali (il primo e il più importante) affinché questa conservazione diventi obiettivo largamente condiviso da tutte le nazioni. Non è secondario osservare che uno dei motivi per la nascita della grande biblioteca di Alessandria fu esattamente la consapevolezza del ruolo strategico posseduto dalla conoscenza.

Un altro elemento fondamentale dell’appello è l’invito a tutti gli Stati membri a inserire i fondamenti scientifici dell’informatica nell’istruzione di base per tutti i cittadini, e a responsabilizzare tutti sulle conseguenze etiche dell’uso dei sistemi informatici. Si tratta di un elemento indispensabile al buon funzionamento di ogni società democratica, in cui il codice informatico sempre di più interviene nella regolazione e realizzazione di ogni attività umana. Mettendo a disposizione un enorme potere creativo, ma richiedendo anche un’accorta regolamentazione che assicuri quella trasparenza e responsabilità senza le quali nessuna democrazia è degna di questo nome. L’importanza di un’adeguata formazione scientifica nell’informatica sin dalla scuola è un tema sempre più condiviso in tutti i Paesi avanzati.

Le macchine cognitive sono e diventeranno sempre più diffuse e necessarie in ogni settore dell’attività umana, dalla ricerca ai servizi, dalla giustizia all’amministrazione, dalle comunicazioni allo svago. Diffondere la conoscenza scientifica dei loro princìpi di funzionamento e dei loro limiti, la consapevolezza del ruolo che esse svolgono e dell’impatto che hanno su individui e società è indispensabile affinché le condizioni di vita dell’intera umanità possano continuare a migliorare in modo sostenibile.

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