Questo non è un articolo, è un appello: togliete il Var agli arbitri italiani. Perché? La risposta è in Fiorentina-Inter. Minuto 96’, i nerazzurri conducono per 3-2 un match tiratissimo, anche grazie ad una serie di episodi controversi risolti dal Var tutti in loro favore: rigore impercettibile pescato dalle telecamere, gol annullato ai viola per un fallo difficile da cogliere a velocità normale. In entrambi i casi l’arbitro, il malcapitato Rosario Abisso, non si era accorto assolutamente di nulla: né della mano di Edimilson in piena area, né del calcione di Muriel a D’Ambrosio. Richiamato dai suoi assistenti, era tornato davanti allo schermo per correggersi e fare la scelta giusta. Una doppia decisione a favore dell’Inter, fra le proteste dei padroni di casa e l’isteria dei tifosi sugli spalti. Così quando a tempo scaduto è capitato l’ennesimo episodio controverso, gli è venuto proprio naturale fischiare a favore dei viola.

In Italia funziona così: si chiama “rigore di compensazione”. Di casi simili in Serie A ne abbiamo visti a migliaia. Con una differenza, però: stavolta c’era la tecnologia. Svariati replay che mostravano in maniera chiara e inequivocabile come il pallone toccasse nettamente il petto del difensore nerazzurro. Anche Abisso li ha guardati. Ha rivisto dieci volte il fermo immagine della palla stampata sul bel pettorale di D’Ambrosio. E poi ha confermato il rigore per fallo di mano.

Sulle polemiche inutile soffermarsi: nel calcio ci sono sempre state. Bisogna però interrogarsi su come possa essere accaduta una cosa del genere, come si possa fischiare consapevolmente un rigore inesistente. Anzi, l’abbiamo già fatto in passato: ieri è toccata all’Inter, un anno fa di questi tempi capitò al Crotone di Zenga, che pareggiò una partita cruciale per la salvezza contro il Cagliari per una clamorosa svista di Tagliavento (i calabresi sarebbero poi retrocessi di un soffio a fine anno, i nerazzurri ora faranno gli scongiuri). Squadre diverse, protagonisti differenti, storie lontanissime fra loro. Con un unico comune denominatore: l’errore del direttore di gara, che rifiuta di correggersi davanti allo schermo.

Attenzione, nessuna crociata contro gli arbitri: sono uomini, possono sbagliare come tutti. Il problema è non ammetterlo di fronte all’evidenza. Questo non ha nulla a che vedere col pallone: c’entra con la psicologia, forse con la casta e col potere, sicuramente non con le regole (magari a volte un po’ cervellotiche) o con la tecnologia. Quello di Abisso è l’errore di chi è condizionato e non se l’è sentita di prendere in un ambiente ostile la terza decisione sfavorevole ai padroni di casa, benché fosse quella giusta. Oppure di chi pur di non ammettere un’altra volta di aver sbagliato piuttosto preferisce perseverare nell’errore. Va da sé che in entrambi i casi un arbitro che non ha la personalità per prendere una decisione sgradita al 90’, o l’umiltà di tornare sui suoi passi, non dovrebbe proprio arbitrare in Serie A. Ma non è il povero Abisso l’obiettivo di questo articolo.

Il vero problema è che soltanto nel calcio lo strumento di controllo sui controllori è lasciato nelle mani degli stessi controllori. Dall’introduzione del Var si discute su chi e come avrebbe dovuto utilizzarlo. Nel rugby, ad esempio, la moviola è utilizzata da ufficiali esterni (i cosiddetti Tmo, Television Match official), che dialogano con l’arbitro, rispondono alle sue domande e gli comunicano la decisione corretta. Lontani dal campo, fuori dalla partita, senza condizionamenti, sudditanze o compensazioni. Così, ad esempio, ci sarebbero voluti pochi secondi a Firenze per annullare il rigore sbagliato: “L’ha presa con la mano?” “No, col petto”. Punto.

L’assurdo finale di Fiorentina-Inter ripropone la questione: non può essere lo stesso arbitro a consultare la moviola, ci vuole una figura terza, davvero imparziale, magari addirittura con carriere separate. Significherebbe però ridimensionare l’arbitro, limitare il suo enorme potere discrezionale, toccare la classe che già ha guardato con sospetto all’avvento del Var. Per tutta questa oggettività e trasparenza il calcio non è ancora pronto. Almeno però fateci un favore: d’ora in poi non prendetevela più col Var. La tecnologia non sbaglia mai. Se sbaglia, è perché è stata usata male. Dagli arbitri, appunto.

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