di Francesco Giubileo e Francesco Pastore

Il tema “navigator” tiene banco ed è quasi certo che le 6mila assunzioni di potenziamento ai Centri per l’impiego attraverso Anpal Servizi non avverranno, in quanto necessitano dell’intesa delle Regioni che non hanno nessuna intenzione di firmare l’eventuale accordo Stato-Regioni, dato che vogliono essere loro il soggetto istituzionale preposto a tali assunzioni.

Il problema principale non è tanto costituito dalla competenza concorrente delle Regioni nella gestione delle politiche attive del lavoro, ma dalla tipologia di rapporto di lavoro che si intende instaurare per questi lavoratori. Si tratta davvero di contratti di collaborazione o piuttosto di veri e propri rapporti di subordinazione? In merito, riteniamo che quanto segnalato dall’Avv. Giampiero Falasca sia assolutamente corretto: il rapporto di lavoro con i navigator non si configura in nessun modo come una consulenza tecnica, ma come un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, da svolgersi all’interno dei Centri per l’impiego e direttamente a contatto con gli utenti, nel rispetto di orari di lavoro ben definiti in base all’agenda digitale della nuova piattaforma.

Proprio la “piattaforma” che si ispira a quella realizzata dall’istituto di ricerca del prof. Mimmo Parisi per il programma Mississippi Works è stata oggetto di un acceso dibattito, non senza ingiustificata acrimonia, nelle scorse settimane. Secondo alcune fonti di stampa il ministro Luigi Di Maio, oltre a incaricare il professore della presidenza Anpal, avrebbe stilato un accordo di oltre 100 milioni di euro per comprare il software utilizzato nello stato americano del Mississippi. A quanto ci risulta, di questo passaggio non c’è traccia in nessuna legge o dichiarazione degli interessati e non è presente nessun decreto che dichiari l’acquisto del software per 100 milioni di euro. In soldoni, è una fake news!

Inoltre, il software utilizzato per il programma Mississippi Works non costa certamente 100 milioni di euro. Ormai da anni in Italia sono presenti modelli e strumenti che attraverso tecniche di machine learning combinano diverse fonti amministrative (comunicazioni obbligatorie e dati Inps) per sviluppare analisi di supporto alle attività di orientamento al lavoro e intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Inoltre, non sono mancati i tentativi di creare un modello di intermediazione online da parte dei precedenti governi. Questi tentativi sono miseramente falliti e se si riesce a risolvere il problema, ben venga.

Siamo anche consapevoli che in Italia esistono altre piattaforme online. Tuttavia quello che effettivamente costa, forse anche di più di 100 milioni di euro, è l’implementazione di tali software in un contesto come quello italiano. Chiunque ha realizzato una piattaforma di incontro tra domanda e offerta di lavoro sa quanto costi in termini di risorse la gestione della piattaforma. Le risorse servono principalmente a sviluppare tutte quelle attività previste dal cosiddetto “Decretone”:

1. la formazione professionale dei navigator e del personale dei Centri per l’impiego;
2. la sponsorizzazione tramite i social media della nuova piattaforma;
3. lo sviluppo di un’articolata collaborazione all’interno del programma di alternanza scuola lavoro con le scuole, per la registrazione degli studenti all’interno della nuova piattaforma.

Spesso sfugge un concetto fondamentale: la piattaforma sarà per tutti, non solo per i destinatari del reddito di cittadinanza. Altri costi saranno necessari per sviluppare un’organizzazione strutturata di fiere del lavoro come le “fiere del governatore del Mississippi”, che svolgono un ruolo fondamentale per la ricollocazione dei lavoratori e che danno visibilità ai Centri per l’impiego locali, facilitando l’incontro tra i disoccupati e le imprese registrate sul portale.

Concludiamo questo contributo senza toccare purtroppo tutti i temi, come ad esempio quello della privacy, che richiederebbero altro spazio. In merito alle rivendicazioni di un ruolo maggiore da parte delle Regioni, va notato che, se da una parte la gestione delle politiche attive spetta alle Regioni, dall’altra parte il rischio di “polarizzazione” e di “balcanizzazione” delle politiche attive è molto alto e rischia di creare un modello organizzativo e gestionale ingovernabile.

Le Regioni forse hanno già dimenticato l’enorme difficoltà sperimentata almeno da alcune di esse nel realizzare il programma Garanzia Giovani. Un ulteriore fallimento nella gestione delle politiche attive connesse all’erogazione del reddito di cittadinanza potrebbe diventare un ottimo argomento per ripensare il titolo V della Costituzione.