Il voto della “base” del MoVimento Cinquestelle su Matteo Salvini ha per me una importanza straordinaria. Non dirò mai che è “truccato” o farlocco, che la Casaleggio ha manipolato i numeri. No, questa è fantascienza per i fessi. Mentre la realtà di quel voto ci parla di Politica, con la dovuta maiuscola. Perché ci offre una conferma straordinaria sulla natura dei Cinquestelle, il più grande partito italiano.

Per essere brutali: hanno votato in quel modo, salvando Salvini, perché loro, il corpo del grillismo, sono esattamente così. Rappresentanti di quella Italia piccola, chiusa, impaurita dalla crisi, rancorosa, cattiva. Quella fetta di Paese che incontri ogni mattina al bar, in metro, in coda alla Asl, al mercato, e che macina parole vuote. “Basta coi negri, l’Italia è invasa”. “Soros finanzia le ong”. “So tutti ladri, tutti uguali. Tutti in galera”. “L’euro è la nostra rovina”. E si potrebbe continuare all’infinito. Un’Italietta che ad un certo punto si è proiettata in Parlamento.

Un solo esempio, quel senatore pentastellato eletto nel Lazio che per una vita ha pagato 7 euro di locazione per una casa popolare. Un piccolo imbroglio, di quelli che aiutano a vivere e certo non ti impedisce di blaterare nei bar del tuo paese di governi del cambiamento. L’italietta, dei papà imprenditori che giudicano normale piccoli inguacchi edilizi, o “innocenti” evasioni contributive. E’ quella parte di Paese che ad un certo punto non ha avuto più risposte ai disagi e alle paure. Non le ha trovate in una sinistra chiacchierona e frammentata, nel sindacato, nella comunità intellettuale, meno che mai in un Pd giudicato, non a torto, parte essenziale delle élites. Non c’è stata una politica in grado di organizzare la rabbia, trasformarla in idee e riforme, evitando che diventasse rancore di massa. Una parte di Paese che è stata ampiamente coccolata dal sistema dei media (l’audience è la malattia infantile della tv) e che giudica il blocco a mare, e su una nave militare italiana, di 177 esseri umani feriti, vittime di torture, devastati psicologicamente da un naufragio, non un sequestro di persona, ma un “ritardato sbarco”. Proprio così, come se si trattasse del bus di linea che salta l’orario previsto e non arriva. Un disagio minimo, sopportabile.

E’ quella parte d’Italia che per mesi ha brandito il vomitevole slogan di Luigi Di Maio (“taxi del mare”) contro le navi delle ong che salvavano vite, attaccandosi alle farneticazioni pubbliche di un magistrato che per mesi ha indagato sui rapporti tra queste organizzazioni e gli scafisti libici senza mai cavare un ragno dal buco. Per i Di Maio, Di Battista, Toninelli, Sibilia, le magliette rosse di don Ciotti erano semplici sceneggiate buoniste, Mimmo Lucano un delinquente, l’accoglienza dei migranti (anche quella buona e virtuosa) sistema d’affari.

E’ quella parte d’Italia nata tra mille Vaffa urlati e senza mai il sostegno di un pensiero, una analisi della realtà, la costruzione critica del cambiamento possibile. Certo, nel fiume di slogan e parole del grillismo agli albori c’erano anche cose buone: lotta alla povertà, acqua pubblica, decrescita felice. Ma Serge Latouche e le sue teorie sono stati subito accantonati per lasciare il posto al “doroteismo” di governo e ai “tradimenti” su Tav, Ilva e Tap. Finiscono le ideologie, non ci sono più destra e sinistra. Restano i Di Maio e i Di Battista, i gemelli diversi della catastrofe grillina. E Beppe Grillo, che qualche anno fa disse anche una cosa giusta.

Era il 17 novembre del 2012: “Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle qui arriverebbero gli eversivi veri. Noi abbiamo riempito un vuoto. Negli altri Stati ci sono le albe dorate, ci sono i nazisti”. Il riferimento era alla Grecia e alle sue pericolose convulsioni. Sette anni dopo siamo in Italia e c’è Salvini. Alba dorata è archiviata, molte delle sua idee no. Chiusura, separazione del Paese dal resto d’Europa, paura del diverso, egoismi individuali, di categoria e territoriali, riforme del diritto di famiglia e della scuola che ci ripiombano nel Medioevo. Ora c’è il governo del cambiamento “regressivo”. Per tenerlo in piedi il MoVimento ha venduto l’anima. Salvini ringrazia, gode e trionfa.

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