Il governo “del cambiamento” si è insediato ormai da quasi un anno, ma almeno per quanto riguarda gli interpreti e i traduttori giudiziari nulla è cambiato. Qualche settimana fa l’ennesima figuraccia delle nostre istituzioni l’abbiamo avuta durante il processo Eni Shell, come riportato da Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, dove i giudici hanno dovuto richiedere l’intervento degli interpreti del gruppo petrolifero, dopo che quelli chiamati dal tribunale o non si sono presentati o si sono dimostrati incapaci di assolvere il compito in modo adeguato.

A oggi il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha soltanto inviato un generico messaggio di buoni propositi (ben sette mesi fa), ma nulla di più per fare in modo che l’Italia abbia un registro serio di interpreti e traduttori giurati/giudiziari qualificati, come in molti altri Paesi europei, nonché come richiesto dalla direttiva 2010/64/UE, rimasta a oggi lettera morta.

È anche vero che siamo una Repubblica parlamentare (o almeno dovremmo, sulla carta): per questo deputati e senatori del M5s della Commissione Giustizia sono stati destinatari di richieste di modifiche legislative, come prima lo era stato il Pd quando era maggioranza parlamentare, ma solo uno o due “portavoce” si sono degnati di rispondere e dopo quasi un anno è arrivata un’interrogazione parlamentare, firmata dalla deputata M5s Valentina D’Orso al ministro della Giustizia Bonafede (M5s). Si potrebbe dire che la montagna ha partorito il topolino.

Certo, da un movimento che ha la maggioranza in Parlamento ed è al governo – e che esprime persino il ministro della Giustizia – sembra un po’ assurdo interrogare se stessi, piuttosto che legiferare direttamente per cambiare le cose, o si potrebbe pensare a tentativo per prendere/perdere tempo visto invece di agire. Del resto, se non lo si fa quando si è maggioranza in Parlamento e forza di governo, lo si potrà fare ancor meno come opposizione.