di Federica Pistono*

In Paesi come gli Emirati Arabi e il Kuwait, una produzione significativa della narrativa si è sviluppata a partire dal periodo compreso tra gli ultimi anni del XX secolo e gli albori del nuovo millennio, conseguenza dei mutamenti politici, sociali e culturali che hanno interessato tali Stati nell’ultimo trentennio del Novecento. In quest’area, prima della scoperta del petrolio, era la poesia a dominare la scena letteraria. Come in altri Paesi della regione del Golfo, il boom del petrolio ha prodotto profonde trasformazioni in società che erano rimaste quasi immutate dall’antichità, proiettandole, in un breve arco di tempo, da una dimensione tribale e beduina alla modernità, non senza le inevitabili sofferenze e contraddizioni che sempre caratterizzano i periodi di massiccia trasformazione sociale e culturale.

Anche le donne, usufruendo di nuove opportunità nell’ambito dell’istruzione, hanno iniziato un graduale processo di trasformazione della condizione femminile. Gli sforzi compiuti in direzione dell’emancipazione non eliminano, tuttavia, le vistose contraddizioni tra un mondo economicamente e tecnologicamente avanzato e una struttura sociale millenaria in cui permangono valori tradizionali e regole maschiliste.

Un altro grande cambiamento sociale è rappresentato dall’immigrazione. Il boom economico ha infatti attirato una massa di lavoratori, provenienti dallo stesso mondo arabo ma anche da Paesi come le Filippine, il Pakistan e l’India, inducendoli a trasferirsi nei Paesi del Golfo in cerca di lavoro e di fortuna.

La modernizzazione, con l’affermazione dei principi individualistici e l’abbandono dell’antica etica beduina fondata su valori come il senso della collettività e l’altruismo, ha offuscato le tradizioni dell’accoglienza e dell’ospitalità nei confronti dello straniero. L’abbandono del deserto e della vita nomade, il massiccio trasferimento della popolazione nelle metropoli di vetro e di acciaio ha creato un senso di disagio, di alienazione, che spinge a considerare le nuove, scintillanti città come trappole che imprigionano l’uomo e lo schiacciano nella loro morsa.

Un senso di ansia e d’incertezza pervade la nuova narrativa, che si muove in diverse direzioni cercando di indagare le interazioni tra i diversi ceti sociali, di rappresentare le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati, di affrontare la tematica dell’emancipazione femminile.

Per quanto riguarda gli Emirati Arabi, fra i generi letterari emersi, il racconto si è dimostrato come il più adatto a esprimere le esigenze e i ritmi della contemporaneità, grazie al suo linguaggio immediato e alle sue ridotte dimensioni che ne rendono possibile la pubblicazione su giornali e riviste. Molto interessante, a questo proposito, è la raccolta di racconti Perle degli Emirati (Jouvence, 2009, a cura di M. Avino e I. Camera D’Afflitto), che solleva un velo su una produzione letteraria ancora quasi sconosciuta in Europa.

Gli scrittori affrontano, in questi racconti, argomenti che riflettono i cambiamenti economico-sociali che hanno mutato il volto del Paese dopo la scoperta del petrolio. Nel racconto Il campo di Ghamràn, di Suàd al-Arìmi, l’attenzione è focalizzata sulle condizioni degli operai che lavorano nell’industria petrolifera, presso i pozzi fiammeggianti che illuminano la notte del deserto ma che possono, in un attimo, inghiottire una vita umana. Nel racconto Volti, Maryam Giumaa Farag analizza il tema dell’alcolismo. Nel racconto La morte delle parole, Asmà al-Zarauni rivendica la libertà di parola per la donna araba e musulmana.

Nel 2013, il giovane scrittore kuwaitiano Saud al-Sanousi vince l’Ipaf con un romanzo recentemente pubblicato in italiano, Canna di bambù (Atmosphere Libri, 2018, trad. A. Kelany). L’opera affronta in modo esplicito il tema del trattamento riservato ai lavoratori immigrati nel Paese dal sud-est asiatico. Josephine, giunta in Kuwait dalle Filippine per lavorare come domestica, incontra Rashid, giovane idealista di buona famiglia con ambizioni letterarie. Ma quando la ragazza rimane incinta, Rashid cede alle pressioni familiari e sociali e la rimanda nelle Filippine con il figlio ancora piccolo, José. Cresciuto con una doppia identità, José si aggrappa alla speranza di tornare nel Paese paterno al compimento del 18esimo compleanno. Ma, con un viso dai tratti filippini, un passaporto kuwaitiano, un cognome arabo e un nome cristiano, come lo accoglierà il Paese di suo padre?

Quelli dell’integrazione e della doppia identità sono temi ricorrenti nella narrativa araba, anche se l’autore rovescia la prospettiva consueta per mostrare come, questa volta, non sia l’Europa ma un opulento Paese del Golfo ad attirare i migranti e ad aprirsi a un confronto con l’Altro. Il tema della doppia identità pervade tutta l’opera, riflettendosi nella struttura del romanzo che si articola in due parti, la prima ambientata nelle Filippine, la seconda collocata in Kuwait, ma anche nell’immagine espressa dal titolo, quella della canna di bambù, una pianta che attecchisce su ogni terreno pur senza mettere radici.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba

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