Manca meno di un anno alle elezioni regionali in Emilia Romagna. Se l’attuale maggioranza riesce a rinviare la data ai primi di gennaio 2020, mancano 11 mesi. Di mezzo ci sono altre elezioni regionali: oggi in Abruzzo e il 24 febbraio in Sardegna, poi il 26 maggio ci saranno le Europee con annesse le elezioni in Piemonte e in Basilicata, infine toccherà alla Calabria e appunto all’Emilia Romagna.

I sondaggi elettorali danno da mesi e in modo pressoché univoco la Lega di Matteo Salvini in crescita costante, i M5S in arretramento progressivo e altrettanto costante, il Partito democratico – ben che vada – inchiodato ai risultati del 4 marzo, cioè il livello più basso della sua decennale esistenza.

Questi dati riguardano anche la Regione guidata da Stefano Bonaccini, almeno secondo il recente sondaggio dell’Ipsos commissionato e pubblicato dal Corriere della Sera edizione bolognese, e sono nefasti per il partito oggi al governo – in parentesi quelli delle precedenti regionali: Lega al 23% primo partito (19,42%), Pd crollo al 17% (44,53%), M5S in arretramento al 15% (13,27%), Forza Italia si dilegua al 3% (8,36%), altri al 4%, incerti 38%: una quota alta ma non tanto da far pensare a un ribaltamento. Nel 2014 infatti votò solo il 38%, con un’astensione inimmaginabile. Consideriamo inoltre che a sinistra del Pd, due liste – Sel e Altra Emilia Romagna – insieme raggiunsero circa il 7% e nel sondaggio non sono nemmeno rilevate.

Un’altra parte del sondaggio, in un certo senso, ribalta o forse attenua fortemente il lapidario esito dei voti di partito. Secondo l’Ipsos Stefano Bonaccini, attuale presidente della Regione, resta un candidato vincente dal momento che gode di un consenso pari al 62% degli intervistati (gli stessi dell’altro sondaggio, presumibilmente), cosicché ci sarebbe un’indicazione di voto almeno strabica: gli elettori e le elettrici bocciano il partito di Bonaccini ma promuovono lui, quindi probabilmente il presidente dovrebbe ricandidarsi fuori dal suo partito per avere qualche possibilità di vittoria.

Al di là della veridicità di questi dati, s’intuisce qual è la linea politica suggerita: confermare l’attuale governatore, ma imprimere alla proposta elettorale un forte elemento di discontinuità, magari una lista civica regionale sul modello di quella proposta da Calenda per le Europee ma in salsa emiliana.

In realtà la battaglia per difendere la regione rossa (molto sbiadita) dall’invasione degli ultracorpi leghisti con annessi fasciorazzisti non solo sarà oltremodo difficile, ma corre il rischio di essere persa in partenza se non si determineranno reali condizioni di cambiamento, tali da smuovere un elettorato – se non ancora del tutto conquistato da Salvini – fortemente demotivato e indifferente alla politica e a tutto ciò che le gira intorno. È questa tra molte la più grave delle colpe da imputare alla sinistra: aver suscitato disillusione, passività, disincanto e rabbia verso un sistema politico chiuso e autoreferenziale, agnostico ed estraneo ai problemi reali della gente.

La decisione di seguire Lombardia e Veneto – Regioni a trazione leghista – nella linea dell’autonomia, a rischio di fratturare ancor di più il Paese in una posizione di fatto subalterna, è evidentemente conseguenza di una grave confusione. Per non parlare delle scelte di indirizzo in settori fondamentali: la spinta al privatismo in tutti i servizi pubblici, in primo luogo nella sanità; l’incoerenza tra petizioni ambientaliste e spinta irrefrenabile alla cementificazione del territorio; la subordinazione agli interessi forti in tutti i settori dell’economia, che rende le pubbliche amministrazioni prigioniere delle lobbies grandi e piccole.

Eclatante in questo senso l’esito del processo Aemilia, che ha evidenziato l’estensione dell’infiltrazione mafiosa nel territorio e la capacità corruttiva delle organizzazioni criminali in un tessuto sociale e istituzionale che si riteneva immune da certi fenomeni.

Anche il lavoro, un tempo vanto e orgoglio di una delle realtà produttive più avanzate del Paese, mostra la vergogna del caporalato e delle false cooperative come mezzi di sfruttamento e di evasione contributiva e truffe, qualcosa di veramente inusitato. Certo l’Emilia Romagna non è diventata come certe zone regredite del Meridione (anche lì vi sono eccezioni ed eccellenze), ma certamente molti segnali evidenziano che fenomeni inquietanti e negativi si moltiplicano e barriere sociali e morali sono in pericolo. Il mito del liberismo economico e del rampantismo sociale ha contagiato e permeato la cultura di governo, stravolgendo canoni che si ritenevano immodificabili.

In questo senso le elezioni saranno uno spartiacque: o le sinistre tutte ritrovano un senso della loro funzione di lotta per un cambiamento delle condizioni di vita, nel senso di maggiore uguaglianza; oppure, se non torna il gusto per l’affermazione di valori autentici di solidarietà, se non si supera la disinvolta attitudine a contraddire principi e valori – soprattutto in tema ambientale con decisioni opposte -, non ci sarà nessuna barriera da alzare alla vittoria finale del populismo insorgente. Il cambiamento di linea dev’essere reale e non di facciata: non si può suonare una nuova rapsodia, se orchestra e direttore battono il solito ritmo.

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