Il carbone della centrale Enel di Cerano, alle porte di Brindisi, finì per anni sui campi dei contadini che lì coltivavano frutta e verdura, sporcando il raccolto e rendendolo invendibile. Lo ha stabilito, confermando la sentenza di primo grado, la corte d’Appello di Lecce condannando a 9 mesi di reclusione per imbrattamento i dirigenti dell’azienda elettrica Calogero Sanfilippo, responsabile della produzione, e Antonio Ascione, direttore della centrale.

Enel, ricordando i 700 milioni di investimenti sull’impianto negli scorsi anni, ha già annunciato ricorso in Cassazione contro la decisione dei giudici che hanno ‘sposato’ la decisione stabilita dal tribunale monocratico di Brindisi nell’ottobre 2016. La corte d’Appello ha anche riconosciuto diverse parti civili che erano invece state escluse nel precedente giudizio, compresa la Provincia di Brindisi che aveva chiesto un risarcimento danni – che dovrà essere definito in sede civile – di 500 milioni di euro. Confermata, inoltre, la necessità di risarcimento da parte dei due imputati e di Enel Produzione nei confronti di 58 residenti e proprietari di terreni che erano stati riconosciuti nel precedente giudizio.

Stando alle motivazioni del giudice Francesco Cacucci che aveva condannato Sanfilippo e Ascione in primo grado, entrambi erano “pienamente consapevoli” di danneggiare i prodotti coltivati vicino alla centrale di Brindisi ma nonostante questo hanno continuato “deliberatamente” ad usare carbone senza prendere le necessarie precauzioni per anni, visto che il carbonile è stato coperto solo nel 2015. Per gli ex responsabili Sandro Valery e Luciano Mirko Pistillo era invece intervenuta la prescrizione. Gli altri imputati, invece, erano stati assolti perché, visto che il ruolo ricoperto nelle gerarchie Enel, non avrebbero potuto incidere sulla situazione.

Che dalla centrale Enel “provenisse carbone”, scriveva il giudice nelle 312 pagine di motivazioni, è una “circostanza che il tribunale ritiene pacificamente accertata”. Oltretutto svolazzava sui campi in maniera “frequente”, “prevedibile” e in quantità “superiori alla stretta tollerabilità” senza che l’azienda ponesse rimedio in maniera “tempestiva” grazie ad “accorgimenti tecnici idonei”. Almeno a partire dal 2000 Enel sapeva bene quello che accadeva. E pochi anni dopo era già a conoscenza di una grande opportunità: la copertura del carbonile, uno spazio di 125mila metri quadri dove è possibile stoccare fino a 750mila tonnellate di combustibile, sarebbe stata la soluzione definitiva al problema. Ma tutto avvenne solo anni e anni dopo.

L’indagine – svolta dagli agenti della Digos – venne avviata nel 2009 dal pm della procura di Brindisi, Giuseppe De Nozza, che fece sequestrare il contenuto dei computer e delle caselle mail degli indagati. Dal loro contenuto – come svelato dal Fatto.it nel luglio 2013 – emerse tra l’altro come alcune manifestazioni degli operai Enel contro le irruzioni nelle centrali italiane da parte degli attivisti di Greenpeace venissero spacciate per spontanee ma erano organizzate in tutto e per tutto dallo staff comunicazione dell’azienda elettrica. E, sempre dalle mail, si scoprì che proprio Sanfilippo, quando alcuni contadini protestavano in centrale perché il loro raccolto era stato imbrattato e chiedevano di essere risarciti, li chiamavano “rompicoglioni” e “piattola”. E Ascione concordava sull’opportunità di “mandarli a fare in culo”.

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