Erano pienamente consapevoli di danneggiare l’uva, i carciofi e le angurie coltivati vicino alla centrale Enel di Brindisi, ma nonostante questo hanno continuato “deliberatamente” ad usare carbone senza prendere le necessarie precauzioni. Ed è vero che, alla fine, nel 2015 hanno posto rimedio coprendo il carbonile ma intanto la dispersione è continuata per diversi anni. In quel lasso di tempo, avrebbero dovuto attivarsi, sostiene il giudice, per cambiare il tipo di combustibile usato, anche perché in quell’impianto è possibile produrre energia tramite il gas. Per questo Calogero Sanfilippo e Antonino Ascione, responsabili della filiera del carbone, sono stati condannati dal tribunale del capoluogo pugliese lo scorso 26 ottobre a 9 mesi di reclusione, oltre che a risarcire – assieme a Enel Produzione – 58 contadini.

Per gli ex responsabili Sandro Valery e Luciano Mirko Pistillo è intervenuta la prescrizione. Gli altri imputati, invece, sono stati assolti perché, visto che il ruolo ricoperto nelle gerarchie Enel, non avrebbero potuto incidere sulla situazione. I loro capi, invece, sì. Era loro “l’obbligo giuridico di attivarsi per la tempestiva soluzione”, ma hanno “regolarmente consentito le operazioni di carico e stoccaggio del carbone”. Frutta e verdure coltivate attorno alla centrale si sporcavano a causa di un “vero e proprio dolo diretto”, sostiene il giudice Francesco Cacucci nelle motivazioni depositate il 23 gennaio, andando persino oltre il dolo eventuale di cui parlava il pm Giuseppe De Nozza che nel 2009 avviò una lunga e dettagliata inchiesta.

Ma soprattutto, la sentenza stronca la tesi che gli avvocati degli imputati hanno sostenuto anche durante il processo, provando a smontare – senza riuscirci – perfino i video di quel pulviscolo che si alzava dal carbonile, registrati dalla Digos durante le indagini. Non è certo che sia carbone né che venga dall’impianto e forse gli agricoltori hanno anche simulato lo sporcamento, dicevano. Che dalla centrale Enel “provenisse carbone”, si legge invece nelle 312 pagine di motivazioni, è una “circostanza che il tribunale ritiene pacificamente accertata”. Oltretutto svolazzava sui campi in maniera “frequente”, “prevedibile” e in quantità “superiori alla stretta tollerabilità” senza che l’azienda ponesse rimedio in maniera “tempestiva” grazie ad “accorgimenti tecnici idonei”.

Almeno a partire dal 2000 Enel, che ricorrerà in appello, sapeva bene quello che accadeva. E pochi anni dopo era già a conoscenza di una grande opportunità: la copertura del carbonile, uno spazio di 125mila metri quadri dove è possibile stoccare fino a 750mila tonnellate di combustibile, sarebbe stata la soluzione definitiva al problema. È tutto racchiuso in diverse segnalazioni interne da parte di dipendenti, in studi commissionati dalla stessa Enel e anche nelle perizie di un loro consulente. “Si rileva l’inerzia della società”, scrive il giudice, “davanti a fatti di non comune gravità”. I dirigenti hanno preferito ‘gestire’ a lungo il problema con miglioramenti che non sono risultati sufficienti oppure sedando le proteste dei contadini grazie al pagamento del raccolto sporcato o comprando direttamente i terreni più vicini al nastrotrasportatore e al carbonile, i cui lavori di copertura sono stati ultimati nel 2015.

Nei quindici anni precedenti però gli agricoltori hanno subito un “disagio psicologico” perché i frutti diventavano invendibili e questo “avrebbe influito negativamente sulle loro condizioni di lavoro e di vita”, visto che alcuni abitano a poche centinaia di metri dalla centrale. Ma cosa pensassero Sanfilippo e Ascione dei contadini è fatto noto proprio grazie all’indagine della procura di Brindisi. In alcune delle mail Sanfilippo chiama “rompicoglioni” e “piattola” due proprietari dei terreni che protestavano per il raccolto andato in malora. E Ascione concorda sull’opportunità di “mandarli a fare in culo”. Adesso dovranno risarcirli.

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