Più sicurezza per tutti. Più agenti per le nostre città!”. Nel caso della Polizia di Stato, il cavallo di battaglia della Lega di Matteo Salvini ha prodotto un clamoroso pasticcio, e per mezzo della sua stessa mano.  Un guaio per una serie di aspiranti agenti che nel giro di una manciata di giorni hanno visto sbiadire la graduatoria in cui erano inseriti legittimamente da due anni, insieme a ogni speranza di vestire la divisa. Un cortocircuito che nessuno, tra parlamento e governo, è riuscito a risolvere e prelude a un’ondata di ricorsi da parte degli esclusi. Molti sfileranno il prossimo 5 febbraio davanti a Montecitorio contro chi li ha “traditi”, compreso il “Capitano” cui  avevano rivolto appelli pubblici e privati. La storia parte da lontano, e precipita in una manciata di giorni.

Due anni fa, il 18 maggio del 2017, la Polizia di Stato ha bandito un “concorso per 1.148 allievi agenti” per sopperire alla carenza di organico. La prova scritta ha portato a una prima graduatoria tra gli oltre 40mila che si erano presentati. Una volta avviato lo scorrimento, sarebbe rimasta valida per tre anni, fino ad ottobre del 2020. I requisiti erano quelli di sempre: età inferiore ai 30 anni e licenza media. Ed è con questi che i primi 3.422 candidati sono già stati valutati per l’ammissione alla scuola allievi e dunque per l’immissione in ruolo. Mancano le prove fisiche di idoneità. L’amministrazione della Polizia ha finalmente avuto i fondi e il benestare alle assunzioni da parte del governo ma nel frattempo è successo qualcosa: dieci giorni dopo il bando, il 29 maggio 2017, era stata approvata la legge sul riordino delle carriere che ha introdotto requisiti assunzionali di età non superiore ai 25 anni e il possesso del diploma d’istruzione secondaria superiore. Il combinato disposto delle due circostanze, ha creato una zona grigia per i partecipanti al concorso in graduatoria ormai più di 700 giorni. 

Il caso emerge con il ddl semplificazioni. In Commissione Affari Costituzionali e Lavoro al Senato arriva un emendamento a firma di sei senatori leghisti (Augussori, Saponara, Campari, Faggi, Pepe, Pergreffi) che impegna la Polizia a dar seguito a quella graduatoria anziché indire nuovi concorsi per il reclutamento di 1.851 futuri allievi. Nel testo precisa però che dovrà tenere conto dei requisiti sopraggiunti in fatto di anzianità e titolo di studio, lasciando così all’amministrazione la sola via dell’epurazione della graduatoria già formata, con espulsione di tutti i candidati di età compresa tra i 26 e 30 anni e senza diploma superiore, con scorrimento in favore di chi ha avuto punteggi inferiori (ma è allineato ai “nuovi” requisiti).

Per molti, ovviamente, quel testo che riaccendeva la speranza è diventato motivo di rabbia e disperazione. Probabilmente l’antipasto a una raffica di ricorsi.  In Parlamento è stato oggetto di polemica. Matteo Richetti del Pd ha twittato: “Il governo fa perdere i requisiti ai ragazzi del concorso in Polizia”. E in aula rincara la dose. I leghisti replicano dicendo che la legge sul riordino è del Pd. L’emendamento sarà sospeso, bocciato poi riformulato e infine approvato al Senato e alla Camera difficile che ci siano margini di modifica: il ddl non tornerà in Senato per questa modifica. Si capisce dunque lo sconcerto degli interessati.

I post sul sito mininterno.net sui concorsi in Polizia sono arrivati ovviamente commenti densi di rabbia e delusione. “Vengo escluso perché ho l’età giusta indicata dal bando, ma troppo elevata per la selezione che interviene ora, in corso d’opera. Minimo della vita faccio ricorso”, scrive un candidato. Qualcuno lancia l’idea di una manifestazione contro l’emendamento “discriminatorio”. “E’ una presa in giro, o forse un modo per mettere in cattiva luce Salvini”, azzarda un altro. “Io ho un attestato di qualifica professionale di commis di cucina. livello di qualificazione 1 livello”. C’è chi non si dà per vinto: “Mettiamoci i gilet gialli, è ora di reagire”.

Alcuni non nascondono la propria  delusione verso i leghisti nei quali avevano riposto le migliori speranze. “Da Matteo Salvini, il nostro capo e leader. Non me lo sarei mai aspettato”, recita un messaggio inviato al capo del Viminale. E un altro raggiunge la bacheca facebook di Gianluigi Paragone, senatore del M5s: “Ero uno dei 40mila ragazzi che da due anni attendeva di sostenere la prova di efficienza fisica. Sarei stato anche tra i primi blocchi avendo totalizzato 9.5/10 al test. Però ho 26 anni e mi devo sentire già vecchio dopo aver sprecato soldi e tempo per la preparazione. So che non ve ne frega più di tanto, ma volevo raccontarvi questa storia piena di delusione”.

I sindacati sollevano dubbi di incostituzionalità. “Abbiamo chiesto con fermezza il pieno rispetto delle disposizioni del bando di concorso” spiega Innocente Carbone del Siulp, “senza quindi che i requisiti richiesti ai partecipanti siano allineati alle più restrittive disposizioni introdotte con il dl 95/2017. Se non c’è un intervento su questo è chiaro che si percorreranno tutte le strade per tutelare chi da due anni attende in una graduatoria valida e ufficiale. Non si possono modificare i requisiti a bando aperto. È illegittimo e incostituzionale”.

Il caso ovviamente è all’attenzione dei piani alti della Polizia. Nella fase concitata di discussione al Senato, era stato oggetto di confronto tra sindacati e il vicecapo preposto all’attività di coordinamento e pianificazione delle Forze di polizia, la prefetta Alessandra Guidi. Anche l’amministrazione, del resto, si ritrova in difficoltà. Se indicesse un altro bando con i nuovi requisiti di legge lo farebbe a scapito di tutta la graduatoria, andando incontro a una marea di ricorsi per veder affermato il principio “tempus regit actum”: l’atto è soggetto alla disciplina vigente al momento in cui viene compiuto, sebbene successiva all’introduzione del giudizio. Lo stesso potrebbe avvenire se decidesse di utilizzare quella esistente, ma epurata. Per questo, forse, il prefetto Guidi non ha risposto alla richiesta del fatto.it sulle intenzioni: attende che il Parlamento trovi una via d’uscita onorevole. Che non si vede.

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