Pochi sanno che in Italia esiste un proletariato forense. Con proletariato non voglio offrire un termine dispregiativo, ma svelare come non sia affatto sufficiente entrare nell’aura della magistratura e dell’avvocatura per ricoprirsi del vello d’oro di Crisomallo.

Non è infatti sufficiente diventare magistrati o avvocati per acquistare onore, prestigio e solida retribuzione economica. Tutt’altro. Ci sono decine di migliaia di magistrati e di avvocati, un numero pari ad almeno 50mila (con alle spalle a volte altre persone: si pensi a chi abbia figli o soggetti deboli a carico), che può dirsi sfruttato dal “sistema”. E con sistema non intendo affatto un richiamo complottista, ma proprio un sistema ben identificato che gode dei soggetti sfruttati.

Mi spiego meglio. Iniziamo con i magistrati. Pochi sanno che esistono due tipi di magistrati: i magistrati cosiddetti togati o di ruolo – assunti a seguito di un concorso molto rigoroso e difficile – e i magistrati cosiddetti onorari, “assunti” per titoli (anzianità, pubblicazioni etc.) e che dovrebbero essere sempre selezionati con rigore. Entrambi assoggettati al Csm, entrambi con gli stessi doveri, ma non con gli stessi diritti.

I magistrati onorari dovrebbero ricoprire le funzioni giurisdizionali per un periodo limitato (di norma non oltre 12 anni, anche se abbiamo magistrati onorari che svolgono funzioni da 20 e anche 30 anni, avendo avuto proroghe), dovrebbero avere minore competenza per materia e per valore (ma non sempre è così). I magistrati onorari svolgono funzioni in tutte – o quasi – le giurisdizioni come viceprocuratori della Repubblica, giudici nel penale e nel civile, giudici di pace, giudici minorili, giudici tributari nelle commissioni, etc. Sono circa 4.500. I magistrati togati sono quasi 8mila. Eppure i magistrati non togati smaltiscono circa il 50% della giustizia! Senza di essi la giustizia italiana, già in precario equilibrio e con cronici problemi, andrebbe in default.

Di ciò la magistratura togata è ben consapevole, ancorché solo da ultimo si sia sintonizzata. Infatti i magistrati onorari ricevono un compenso pari a circa un decimo o un 15esimo (a parità di lavoro) dei magistrati togati, peraltro senza alcun riconoscimento dei contributi previdenziali. Eppure svolgono funzioni spesso anche perfettamente identiche. Un magistrato onorario viene pagato – udite udite – euro 98 lordi fino a cinque ore di udienza e altre 98 lordi se supera le cinque ore. Le cinque ore di udienza vengono calcolate al minuto secondo (dunque se vi sono pause tra una e l’altra, non valgono). Il lordo dovrebbe coprire anche i contributi previdenziali (obbligatori), le spese di trasferta (spesso si viene da lontano), nonché tutto il tempo perso per studiare i fascicoli e scrivere i provvedimenti (che spesso sono 10 volte il tempo delle udienze).

Sicché se facessimo un conteggio netto di quanto venga retribuito un magistrato onorario arriveremmo alla cifra astronomica di circa tre euro l’ora (calcolato appunto tenendo conto anche dei contributi che verserà, spese sostenute, tempo per studio e stesura provvedimenti, formazione).

Il legislatore ha per vero riformato il tutto con D.Lgs. 13 luglio 2017, n. 116 (Riforma organica della magistratura onoraria e altre disposizioni sui giudici di pace, nonché disciplina transitoria) prevedendo un lieve (ma ancora insufficiente) miglioramento, che però al momento è carta straccia poiché putacaso nell’ultima legge di bilancio si sono dimenticate le coperture. La stessa Unione europea ha richiamato l’Italia al riguardo. Nell’ultimo periodo si sono occupati del tema anche le Iene e Presa diretta. Eppure la situazione è invariata. Per svolgere le funzioni di magistrato onorario (e c’è chi le svolge a tempo pieno) occorre essere eroi, appassionati e con le spalle coperte.

Un caso paradossale di sfruttamento del lavoro, cinicamente sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori. In Italia “onorario” più equivocato significa gratis, o quasi. E poi si discute ipocritamente di tutela dei lavoratori.

Sul versante opposto abbiamo qualcosa di analogo con l’avvocatura. L’avvocatura è una libera professione alla quale si giunge con l’esame di abilitazione, spesso dopo tanti sacrifici. Quando fanno pratica, molti non ricevono alcun compenso o ne ricevono uno non adeguato, a volte per anni. Da avvocato hai moltissimi oneri (contributi previdenziali, assicurazione obbligatoria, formazione obbligatoria, fatturazione, software etc.) e pochi onori, poiché ti devi destreggiare tra responsabilità a volte enormi, clienti morosi, legislatore bipolare, giurisprudenza creativa e cangiante, prassi grottesche etc. Il legislatore – al soldo delle banche, assicurazioni, enti locali etc. – nell’ultimo ventennio ha riservato all’avvocatura trattamenti speciali, depauperandone il compenso e la dignità.

Circa 100mila avvocati hanno redditi bassi e molti di questi sono di fatto dipendenti di altri avvocati, ma senza le tutele dei lavoratori dipendenti. Anche svolgere le funzioni di avvocato pretende oramai doti fantastiche. Quando il diritto rinnega i diritti. Un paradosso tutto italiano. Sui vostri schermi, ogni giorno.

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