Coerenza, e magari chissà, senso (involontario) dell’umorismo. Questo sembra essere alla base dell’iniziativa dei giorni scorsi, promossa negli Emirati Arabi, per l’assegnazione di alcuni premi:

1. miglior iniziativa per la parità di genere,
2. miglior agenzia governativa per la parità di genere;
3. miglior agenzia federale per la parità di genere.

Chissà che cosa intendevano, visto che le immagini (che hanno fatto il giro del mondo, scatenando ilarità e battute) non annoveravano nemmeno una donna tra le persone premiate: solo grandi strette di mano ed esposizione degli attestati da parte di uomini, rigorosamente in tenuta islamica d’ordinanza.


Questo siparietto comico non è l’unica notizia che coinvolge il mondo musulmano in questi giorni: in Pakistan la Corte suprema ha finalmente messo la parola fine alla vicenda di Asia Bibi, la donna che rischiava la pena di morte ancora prevista in 12 Paesi del mondo per il reato di blasfemia. Asia Bibi potrebbe lasciare a breve il suo Paese, mentre la sentenza di assoluzione ha scatenato nuovamente la furia dei fondamentalisti.

In Marocco ha fatto scalpore l’esplicita campagna di informazione promossa dal Mali (Movimento alternativo marocchino per le libertà individuali), che ha lanciato – in occasione dei 70 anni della Dichiarazione dei diritti umani – La mia vagina appartiene a me, contro il test di verginità purtroppo ancora molto diffuso nel Paese. L’atroce pratica della visita di controllo dell’imene prima del matrimonio per accertare purezza e onore è stata messa finalmente sotto attacco, anche grazie al sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità, che la dichiara “una violazione dei diritti umani universali”.


A febbraio, infine, due eventi destinati a far discutere:

1. il World Hijab Day – lanciato il 1 febbraio del 2013 da Nazma Khan, statunitense originaria del Bangladesh -, iniziativa dai tratti ambigui, supportata spesso dalle frange più tradizionali delle comunità islamiche;
2. il referendum in Svizzera del 10 febbraio, nel quale la cittadinanza è chiamata a esprimersi su tre quesiti, uno dei quali sulla neutralità dello Stato in materia religiosa. Il testo in discussione definisce le nozioni di laicità dello Stato e consente ad esso di promuovere azioni che favoriscano il dialogo interreligioso, ma pone limiti all’espressione religiosa nello spazio pubblico, nelle amministrazioni e istituzioni. In occasione di questi due eventi l’attivista Maryam Namazie ha lanciato la campagna Secularism is my right: freedom is my culture, a supporto della totale separazione tra Stato e fedi religiose.