Quando Giulio arrivò in classe con quel berretto strano, nero, con la visiera, calcato sopra i capelli a caschetto tagliati come quelli di Paul McCartney, ci fu stupore e ammirazione. Giulio era più avanti di noi: in terza media già conosceva a memoria tutte le (prime) canzoni dei Beatles, mentre gli altri ancora pensavano a Sanremo e al Cantagiro.

Era incredibile vedere in tv, in bianco e nero, e a colori sui giornali musicali (soprattutto Ciao Amici) le immagini dei concerti di quei quattro di Liverpool che facevano una musica mai sentita prima, anche se dentro c’era ancora una buona dose di blues e di vecchio rock’n’roll. Pazzesco soprattutto il pubblico, in delirio, con le ragazze che piangevano, si strappavano i capelli, svenivano e coprivano con i loro urli le chitarre di Paul, John e George e la batteria di Ringo. Roba mai vista. Una felice uscita dall’infanzia per entrare in una (lunga) adolescenza non senza complicazioni.

Se ci pensiamo adesso, i Beatles ci sono sempre stati e continuano a esserci. Ma a viverli allora, quegli anni, erano lo stupore di una cosa (non solo musica: capelli, vestiti, stile di vita, vita) che prima non c’era e che è durata poco. La formazione con Ringo comincia a suonare nel 1962. Nel settembre 1969, sette anni dopo, i Beatles, anche se non ufficialmente, si erano già separati.
Vennero a suonare anche in Italia, il 24 giugno 1965, al Vigorelli di Milano. Dodici canzoni, tra cui Twist and Shout, I’m a Loser, A Hard Day’s Night, I Feel Fine, Ticket to Ride. Special guest: Peppino di Capri, Fausto Leali, i New Dada. Ero troppo piccolo, ahimé, li ho persi.

L’ultimo concerto in pubblico l’hanno fatto sul tetto della Apple (non quella, la loro) il 30 gennaio 1969. Esattamente 50 anni fa. Volevano suonare dal vivo: “Ci stavamo domandando dove saremmo potuti andare, magari al Palladium o nel deserto del Sahara”, raccontò poi Ringo Starr. “Ma avremmo dovuto portarci dietro tutta la roba, così decidemmo: Saliamo sul tetto!”. Andarono sul terrazzo, anzi roof, della loro casa discografica, al numero 3 di Savile Row, a Londra. Furono 42 minuti di musica, cinque canzoni, alcune ripetute più volte, finché non arrivò la polizia a interromperli perché avevano bloccato il traffico nelle strade attorno.

Paul continuò a improvvisare sulla musica di Get Back: “You’ve been playing on the roof again…”. “Siete andati ancora a suonare sul tetto, e questo non è bello, sapete che non fa piacere alla vostra mamma… si arrabbia… vi farà arrestare tutti! Tornate indietro! Get back!”. Alla fine si fermano e John Lennon (che indossa una pelliccia di Yoko Ono) conclude: “Vorrei ringraziare a nome del gruppo e di noi stessi. E spero che abbiamo superato l’audizione”.

Finito. Noi non lo sapevamo, era finito non soltanto “il concerto sul tetto”, ma erano finiti i concerti dei Beatles. Otto mesi dopo erano finiti anche i Beatles. Eppure ci sembra che non siano finiti mai. Hanno continuato a incidere canzoni. Prima insieme, poi ciascuno per suo conto. John ha dovuto smettere prima. Eppure tutti e quattro hanno continuato a suonare nei jukebox, giradischi, mangiadischi, mangiacassette, cd, chiavette, computer, iPod, Youtube, Spotify… Era il 30 settembre 1969, 50 anni fa. Ci avevano cambiato la vita rendendola più colorata. Un paio di mesi dopo, un botto in piazza Fontana, 50 anni fa, ce la cambiò rendendocela più nera.

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