Si chiamava Leandro ma si faceva chiamare Michele, come il nonno: Michele Greco, il Papa di Cosa nostra, l’imputato principale del Maxi processo degli anni ’80. C’è anche un enfant prodige di Cosa nostra nell’ultima operazione della procura di Palermo. Greco junior, infatti, era stato nominato capomandamento di Ciaculli – lo storico rione di famiglia – a soli 23 anni. Sei anni dopo era già seduto attorno a un tavolo con gli altri pezzi da Novanta che volevano ricostituire la Cupola. Insieme a lui un altro rampollo di mafia, Calogero Lo Piccolo, figlio quarantenne di Salvatore, capomafia all’ergastolo. Lo Piccolo junior ha già pesanti condanne per mafia ed estorsioni.

Greco invece non aveva precedenti penali: per gli inquirenti è una novità assoluta. Eppure sa come ci si comporta quando ti arrestano: e infatti all’uscita della caserma dei carabinieri ha mandato baci a familiari e amici che lo attendevano all’esterno.  “Nonostante sia così giovane ha la mentalità di un vecchio nel corpo di un giovane”, dice di lui il neo pentito Francesco Colletti. Che insieme all’altro collaboratore Filippo Bisconti era entrato in contrasto con Greco junior: il nipote del Papa si era messo alla guida di un fazione di Cosa nostra che aveva conflitti col gruppo di Colletti e Bisconti.”Il progetto del giovane Greco era quello di tagliare fuori i mandamenti di paesi che dovevano essere rappresentati da mandamenti di città. Serviva una commissione oligarchica e palermocentrica, agile e dominata da poche figure, al massimo due o tre  “, spiega il procuratore aggiunto Salvatore De Luca. “Greco – ha continuato il pm – è il più pericoloso di tutti i fermati di oggi. Voleva prendersi il mandamento di Francesco Colletti”.

L’operazione della procura di Palermo, però, ha fermato sul nascere ogni possibile nuova guerra di mafia. Certifica, però, il ritorno della famiglia Greco, svanita dai radar da trent’anni dopo l’arresto del Papa, il ricco possidente di Croceverdere Giardini con entrature nella Palermo che conta, grazie anche alle amicizie del fratello Salvatore “il senatore”. Era l’uomo scelto da Totò Riina per guidare formalmente la Cupola: aveva fatto genuflettere la mafia palermitana a quella rozza e violenta dei corleonesi.

Leandro è figlio di Giuseppe Greco, un uomo schiacciato dal destino deciso dal padre che sposò una ragazza dal cognome pesante nel mondo di Cosa nostra: Milano. Anche il fratello di Leandro ha sposato l’erede di un’altra famiglia mafiosa: la figlia Gregorio Di Giovanni, potente boss di Palermo centro. Il padre Giuseppe, invece, voleva stare al di fuori di quel mondo e seguire la sua passione per il cinema: nella tenuta della Favarella fece installare una vera e propria sala cinematografica dove proiettava per se e gli amici i film che gli piacevano. Realizzò anche tre film: Del più noto “Crema, cioccolata e pa…prikà” curò la sceneggiatura. Morì nel 2011, a 58 anni.

Michele Greco morì invece a 84 anni nel 2008 in una stanza di una clinica romana dov’era ricoverato da detenuto dopo più di vent’anni di carcere. Si portò nella tomba mezzo secolo di segreti mafiosi. Da uomo d’onore all’antica non mostrò mai nessun barlume di pentimento, sostenendo di essere solo “un agricoltore, uno sperimentatore di innesti di agrumi” gestendo i mandarineti della sua tenuta. Camminava con la bibbia in tasca, teneva i Vangeli sul comodino nella cella di Rebibbia, citava continuamente le Sacre scritture. Anche durante l’ultima udienza del maxiprocesso, quando prese la parola e rivolgendosi alla Corte d’assise disse: “Auguro a tutti voi la pace, perchè la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza, perchè per il compito che vi aspetta la serenità è la base per giudicare. Non sono parole mie, ma le parole che nostro signore disse a Mosè…”. Venne condannato all’ergastolo. Trent’anni dopo il nipote ha cercato di seguirne le orme.

 

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