La parentopoli romana in Ama? Non ha prodotto alcun danno erariale. E i 34 lavoratori assunti dall’allora ad Franco Panzironi e licenziati nel 2015? Altro che cacciarli: dovevano rimanere al loro posto, in quanto personale frutto di “una seria selezione dei candidati”, avente “le caratteristiche richieste per ricoprire le suddette figure professionali esecutive, con la competenza richiesta”; in fondo, su quest’ultimo punto, “non risultano neppure censure da parte della stessa Ama sulla adeguatezza degli operatori”. Questo è quanto sentenzia la I Sezione della Giurisdizione Centrale di Appello della Corte dei Conti sul caso di Parentopoli in Ama Spa, che ha assolto l’ex amministratore delegato ai tempi di Alemanno sindaco, rispetto al pagamento di circa 1,7 milioni di euro alla società capitolina che gestisce il ciclo dei rifiuti a Roma.

NON È UNA RIABILITAZIONE – Va chiarito che non si tratta di un’assoluzione penale, ma “solo” contabile. Quindi nessuna riabilitazione per Panzironi. “È intangibile l’accadimento fenomenico dei fatti-reato”, si legge infatti nella sentenza della Corte dei Conti, a togliere ogni dubbio sulla colpevolezza sostanziale ed effettiva degli ex manager Ama. Panzironi, infatti, per la vicenda Parentopoli è stato condannato in via definitiva a 2 anni di carcere, cui si aggiunge la condanna, in appello, a 8 anni e 4 mesi nell’ambito del processo su mafia capitale. All’ex dirigente venivano contestati abuso d’ufficio e falso in atto pubblico per l’assunzione di 41 persone. I giudici avevano indicato i legami “di parentela o di affinità con esponenti politici” che lo avevano convinto, insieme con il direttore del personale, a procedere alle assunzioni. In alcuni casi si trattava di parentele acquisite – c’era anche il futuro genero del manager – in altre di persone “amiche” di consiglieri comunali e municipali, prevalentemente di centrodestra”. E anche il processo in sede contabile, il 22 dicembre 2017, aveva inizialmente visto soccombere Panzironi, per mano della Sezione della Corte dei Conti della Regione Lazio. Tutto ciò fino al ribaltamento in secondo grado depositato nei giorni scorsi. Anche perché la commissione presieduta da Enzo Rotolo ha accolto nel merito le opposizioni presentate dagli avvocati dell’ex manager, mettendo in dubbio la sussistenza di gran parte dell’impianto costruito in I grado e, soprattutto, il “repulisti” voluto dalla società con i sindaci Ignazio Marino e Virginia Raggi, in seguito alla lettura delle motivazioni alle sentenze penali.

NESSUNA COLPA DEI LAVORATORI – Cos’è accaduto, dunque? Innanzitutto, la Corte fa distinzione fra “illiceità” e “illegittimità”. Sul fronte prettamente contabile, nella fattispecie, “non risulta il compimento di atti illeciti di dannosità per l’erario trattandosi a ben vedere, di comportamenti meramente illegittimi”. La “fattispecie” sta nel fatto che Ama affidò, nel 2009, l’incarico al Consorzio Elis, per la formazione professionale superiore finalizzata alla selezione-formazione di candidati alle qualifiche di autisti, operatori ecologici ed interratori. Il problema è che il Consorzio Elis risultava non avere alcuna autorizzazione e relativa iscrizione all’Albo tenuto presso il Ministero del Lavoro, tale da poter essere chiamata in causa da un’azienda come Ama. Un atto “illegittimo”, secondo la Corte, che non ha prodotto alcun danno: “È stato dimostrato – si legge nella sentenza – il corretto e proficuo operato del Consorzio Elis, che ha saputo coniugare una seria selezione dei candidati, aventi le caratteristiche richieste per ricoprire, qualora assunti, dopo apposita formazione, le suddette figure professionali esecutive, con la competenza richiesta”. Insomma: gli assunti erano preparati, avevano titolo e non hanno portato alcun danno all’azienda. E non era certo colpa loro se il Consorzio Elis non era reclutabile da Ama. Non solo. A favore di Panzironi c’è anche il fatto che “la scelta era imputabile al Cda dell’Ente e dunque si potrebbero profilare persino dubbi sulla stessa sussistenza del nesso di causalità”.

LA NATURA PRIVATISTICA DI AMA – Ma attenzione, perché la Corte pone un altro tema fondamentale per la corretta lettura dei fatti di Parentopoli. Ama, infatti, è una società “in house” per la quale “emergono molteplici dubbi sulla sua equiparazione tout court alle procedure concorsuali vigenti in ambiti pubblici”. Per queste, salvo deroghe “si applica comunque la disciplina dettata dal codice civile in materia di società di capitali”. Quindi anche l’assunzione a chiamata diretta: Ama Spa nel 2009 non era obbligata a svolgere alcun bando pubblico o procedura concorsuale per assumere i propri dipendenti. Il primo regolamento attuativo, infatti, “è intervenuto con il Dpr n.168 del 07.09.2010” ed ha riguardato il rispetto delle procedure ad evidenza pubblica anche per le società in house, mentre “è stato dimostrato che le delibere riguardanti dette assunzioni furono assunte prima dell’entrata in vigore della Legge Brunetta”, ovvero il decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009.

I POSSIBILI RICORSI DEI LICENZIATI – Le inchieste giornalistiche, concentratesi fra il 2010 e il 2012 – cui seguirono quelle della Procura – all’epoca scoperchiarono prima per Atac – la società capitolina dei trasporti – e poi per Ama assunzioni “allegre” di personale, si disse, “sponsorizzato da padrini politici e amici potenti”. In una parola “raccomandati”. Resta il fatto che queste persone, assunte come operai e con contratti base, ormai più di tre anni fa furono costrette di punto in bianco ad abbandonare il loro posto di lavoro, alcuni anche in condizioni di indigenza, motivi per i quali alcuni di loro arrivarono a trattare con Ama l’uscita volontaria pur di non dover affrontare i risarcimenti per le spese di giudizio. Lo scenario da ora in poi è imprevedibile. C’è chi parla di “risarcimenti milionari” nei confronti dell’azienda e degli amministratori che optarono per il licenziamento e chi auspica il semplice reintegro. I “comitati” dei licenziati, infatti, pur agendo nel silenzio, non hanno mai messo da parte la loro battaglia legale.

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