Le ragnatele agli angoli delle pareti, i calcinacci cadenti, le insegne demodè: oggi il Marco Simone Golf & Country club è un rinomato circolo della Capitale, che dimostra tutto il peso dei suoi anni e vive soprattutto di ricordi e del cognome illustre dei suoi proprietari, la famiglia Biagiotti. Fra un paio d’anni sarà uno dei club più importanti d’Europa, nuovo di zecca, con infrastrutture all’avanguardia e un futuro roseo davanti, grazie al torneo che ospiterà nel 2022 e soprattutto ai 10 milioni di euro di contributi (anche) pubblici che riceverà per questo. Miracoli della Ryder Cup (leggi gli articoli del Fatto Quotidiano sul tema).

Guidonia Montecelio, Roma: al chilometro 15 della lunghissima via Nomentana che esce dalla Capitale sorge il Marco Simone di Lavinia Biagiotti. Qui nel settembre del 2022 si giocherà la Ryder Cup, prestigioso torneo di golf a squadre che oppone i migliori giocatori europei a quelli statunitensi, una delle più importanti e seguite manifestazioni sportive del pianeta (alle spalle solo di Mondiali di calcio e Olimpiadi). Per la prima volta, finalmente, in Italia, grazie agli sforzi del presidente della FederGolf, Franco Chimenti. E ad un’offerta faraonica: nel 2016 il governo aveva stanziato 60 milioni di euro per l’organizzazione, più altri 100 a garanzia. “Stanziato” è un parolone: l’esecutivo a guida Pd (a Palazzo Chigi c’era ancora Matteo Renzi, insieme al fedelissimo Luca Lotti come ministro dello Sport) aveva più che altro nascosto in una tabella della legge di bilancio i ricchi contributi, salvo poi venir travolto dalle polemiche una volta scoperta la manovra. Dopo un polverone che aveva anche messo a rischio il torneo, il governo se l’era cavata approvando la garanzia a colpi di maggioranza e assicurando che neanche un centesimo sarebbe finito ai privati.

A due anni di distanza le cose non stanno proprio così, come hanno potuto constatare gli appassionati durante il primo “Open day” della Ryder, subito prima di Natale. Oltre 700 presenze registrate nel corso della giornata (dal vivo sembravano un po’ meno), tanti golfisti provetti, i soliti amici degli amici, qualche avventore che prova ad avvicinarsi al golf come negli auspici della Federazione, che proprio attraverso questo tipi di eventi cerca di promuovere il suo sport. C’eravamo anche noi del Fatto. Erba spelacchiata, campo stravolto tra cumuli di terra smossa e recinzioni per i lavori già iniziati. Casolari fatiscenti e scoloriti, gli interni del ristorante tirati a lucido per l’occasione ma neanche troppo. Gli unici spazi presentabili, guarda caso, sono quelli al piano inferiore del “Biagiotti store“, zeppo di prodotti griffati da acquistare. Qualcuno potrebbe affermare che il Marco Simone cade proprio a pezzi, ma forse urterebbe l’orgoglio della famiglia Biagiotti, che di questo castello immerso nel verde si innamorò negli Anni Settanta tanto da decidere di trasformarlo in un circolo di golf con risultati alterni, l’apice nel ’94 con l’organizzazione dell’Open d’Italia, poi sorti decisamente più declinanti.

Diciamo che oggi il Marco Simone semplicemente non è pronto: per ora la tabella di marcia è in regola, i lavori sono iniziati lo scorso settembre e dovranno essere conclusi a fine 2020, visto che nel 2021 ci sarà la prova generale con l’Open d’Italia. Di qui al 2022 c’è ancora molto da fare, ma i proprietari non sono spaventati: hanno già trovato i finanziamenti per i lavori necessari. La ristrutturazione costerà circa 11 milioni di euro, in buona parte pagata (anche) dallo Stato nonostante le promesse. Formalmente i fondi governativi servono per aumentare il montepremi dell’Open (condizione imposta da Ryder Cup Europe, la società che detiene i diritti della manifestazione). Di fatto, però, con la scusa di un canone di affitto del campo in vista del torneo, la Federgolf paga anche il suo restyling: il contratto di servizio è già partito, nel 2018 in cambio di un open day, un paio di uffici e una manciata di eventi con sponsor, dirigenti o studenti, la Fig ha sborsato un milione e mezzo. È un ente di diritto privato, ma sotto il controllo del Coni che contribuisce al bilancio per quasi il 50%: anche questi sono in un certo senso soldi pubblici, e la cifra di qui al 2027 arriverà a 9,5 milioni di euro, ciò che serve per dotare il circolo di un avveniristico percorso di buche. Per completare l’opera mancano un paio di milioni da investire sulla club house, questi in capo ai proprietari: ancora non si sono visti.

A tali condizioni la Ryder sarebbe la fortuna di qualsiasi circolo. La farà solo del MarcoSimone, che però non ha vinto nessun bando o gara pubblica: la vulgata ufficiale vuole che siano stati gli inglesi ad indicarlo, perché unico ad offrire “le caratteristiche idonee e la vista suggestiva di San Pietro”, ma loro hanno già smentito. La sede è stata proposta dalla Federazione, sulla base di una ricerca dell’advisor IMG: il campo federale di Sutri era lontano, costruirne uno nuovo era rischioso (per tempi e costi), a Roma e dintorni non è che ci fossero grandi alternative. Sta di fatto che la scelta alla fine è caduta proprio sul club di Lavinia Biagiotti, inseritissima nel jet set romano (e buona amica del n.1 del Coni, Giovanni Malagò), che grazie alla Ryder potrà rifarsi il club di famiglia praticamente a costo zero. Per la Federazione è uno dei tanti mezzi giustificati dal fine, l’agognata Ryder Cup, il sogno del presidente Chimenti, il grande evento che dovrebbe rilanciare tutto il movimento (e magari pure i conti federali, oggi pericolosamente in rosso proprio per le tante spese legate al torneo). Per il Marco Simone è come vincere alla lotteria.