Amico tra i nemici, nemico tra gli amici. E’ il titolo del primo film di Nikita Michalkov e la migliore descrizione possibile di una sensazione che, credo, non sia solo mia. Quella che prova a spiegare come possano convivere insieme, in patente schizofrenia, una fiducia e un apprezzamento di sette italiani su dieci per Sergio Mattarella e quella di almeno un italiano su due per Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Uno dei tanti esempi di un mondo schizzato che si affronta sui social a colpi di livide e schiumanti scomuniche reciproche, di un pensiero che da parte di tutti ha smesso di affrontare i problemi per quello che sono, questioni difficili con soluzioni spesso quasi impossibili da trovare, per ripiegare confortevolmente nella scelta peggiore.

Non tanto i miei dicono questo e quindi è vero, quanto gli altri dicono questo è quindi è falso. Se guardiamo al nostro paese con ottica stretta potrà sembrarci un imbarbarimento praticamente definitivo di un tessuto sociale e culturale mai pienamente realizzato, ma basta aprirsi per vedere gli stessi sintomi ovunque. Il caos inglese, l’eclisse di Macron, la fine del merkelismo, la Spagna scossa dall’autonomismo catalano, il Brasile di Bolsonaro, il fascismo di Orban, la crisi del modello scandinavo attorno al pretesto dell’immigrazione, il Belgio senza governo. Ed ovviamente l’incrocio tra Paperoga e Stranamore che siede alla Casa Bianca con tutte le ricadute nella governance mondiale.

Il vecchio equilibrio, la promessa post Muro di una generale avanzata della prosperità e della libertà a braccetto, l’accoppiata vincente che aveva sconfitto il triste connubio di pauperismo e repressione dell’individualità in cui si era trasformata l’utopia comunista, la promessa era quella di un assassino. L’elegante curva ad elefante disegnata dall’economista Branko Milanovic, la groppa di maggior benessere tutta da attribuire al successo cinese, la fronte è il precipizio in cui sono crollate le classi medie e basse dell’occidente capitalisitico, la proboscide alzata fino al cielo dei super ricchi, sta lì a certificare il fallimento. Democrazia e prosperità sono entrate in collisione, regge (chissà per quanto) un meccanismo alieno come quello di Pechino, modello ancora più indigeribile per noi delle cupezze brezneviane.

Su tutto si stende la minaccia globale del clima. Che sia, come certamente è, colpa dell’antropocene, oppure del diavolo e delle macchie solari la stiamo affrontando con l’indifferenza giovanile di chi pensa che la morte sia un problema solo degli altri. Dementi. E allora ecco il perché della citazione iniziale. Tutte le persone, gli amici, che hanno in comune le buone letture, i buoni ascolti, la buona militanza, i buoni sentimenti, in una persona i Sergio Mattarella che ognuno o tanti di noi conoscono nella loro vita, cui così volentieri lasceremmo il timone sanno solo proporci, con garbo i non molti che lo hanno innato come il Presidente, con supponenza i più, di tornare al business as usual. Al come abbiamo sempre fatto, al come è sempre andato bene. Ciechi, involontariamente o per interesse privato, al fatto che non andava affatto bene. E che per questo sta succedendo quello che sta succedendo.

Che come in quel folgorante breve capitolo di Moby Dick, alla nave tocca cercare la tempesta del mare aperto se vuole evitare gli scogli. Equipaggio e passeggeri se non lo sanno, se non lo capiscono per scienza, lo hanno intuito per istinto. Si affidano agli Achab. Serve un Capitano che osi un’altra rotta. Anche a costo di finire gelido e morto.

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