Una calma apparente regna sulla penisola coreana. Più il tempo passa e più la Corea del Nord si avvicina alla Corea del Sud. Eppure ogni volta che la definitiva pacificazione del Regno eremita sembra a portata di mano il traguardo si allontana. Tanta attesa, promesse vaghe, pochi fatti concreti. La diplomazia prosegue senza sosta ma non tutto dipende da Pyongyang e Seul. O almeno non solo dai due governi coreani. Gli attori in gioco, infatti, sono almeno quattro: le due Coree ma anche Cina e Stati Uniti. Kim Jong Un, Moon Jae In, Donald Trump e Xi Jinping: sono loro i volti raffigurati sui tre tasselli del mosaico da comporre. Il primo tassello da analizzare per prevedere il futuro di questa turbolenta area riguarda il rapporto tra Stati Uniti e Corea del Nord. Se fino a un anno fa Trump minacciava Kim Jong Un con “fuoco e fiamme”, adesso si parla di un nuovo incontro tra i due dopo quello avuto la scorsa estate a Singapore. Allora, Kim aveva promesso di seppellire l’ascia di guerra, ed effettivamente le provocazioni sono un lontano ricordo. Però l’arsenale che tanto spaventa la Casa Bianca è sempre al suo posto.

Il presidente nordcoreano ha dichiarato che lo smantellerà solo quando l’esercito americano rinuncerà all’ombrello nucleare dispiegato a protezione di Corea del Sud e Giappone. Trump non ha perso la pazienza e anzi sta preparando un nuovo faccia a faccia con il collega asiatico per i primi mesi del 2019, probabilmente tra gennaio o febbraio. La tenacia del presidente americano diventa comprensibile se letta alla luce della strategia contenitiva messa in atto dagli Stati Uniti contro il gigante della porta accanto: la Cina. Washington sa bene che Pyongyang risente dell’influsso di Pechino, il quale ha sempre considerato la Corea del Nord una sorta di stato cuscinetto, una provincia di secondo grado. Il tentativo di Trump è quello di attrarre lo stato nordcoreano nel proprio campo in chiave anticinese per limitare l’influenza di Xi Jinping. The Donald ha di fatto riabilitato la figura di Kim Jong Un, gli ha dato legittimità agli occhi dei media e dell’opinione pubblica e lo ha trattato come un suo pari. Eppure, gli attriti storici e politici limitano il completo avvicinamento della Corea del Nord agli Stati Uniti.

La seconda variabile del puzzle regionale è costituita dal legame di amore-odio tra Cina e Corea del Nord. Fino a non molti mesi fa Xi Jinping poteva vantarsi come l’unico in grado di far ragionare Kim Jong Un. Oggi il Presidente cinese rischia di venir tagliato fuori dal nuovo ruolo assunto dallo stesso Kim, non più scolaro allo sbaraglio ma abile statista. Pechino ha dalla sua diversi jolly da giocare: il Dragone rappresenta per la Corea del Nord l’unico collegamento con il resto del mondo. Sarebbe una follia per Pyongyang sacrificare il legame commerciale cinese per sposare le ambigue promesse americane. Inoltre, tra Cina e Corea del Nord è ancora in atto un trattato che impegna i due paesi nella reciproca difesa nel caso di un’ipotetica guerra. Xi deve guardarsi dall’intraprendenza americana ma allo stesso tempo ha l’obbligo di ridefinire la sua relazione con il “nuovo” Kim Jong Un. Non è da escludere che a primavera ci possa essere un nuovo faccia a faccia tra i due.

Arriviamo così al terzo e ultimo tassello: il rapporto tra le due Coree. Il Presidente sudcoreano Moon Jae In ha messo il tema della pacificazione coreana al primo posto della sua agenda politica. Moon si è speso in prima persona e ha incontrato Kim Jong Un per tre volte dallo scorso aprile. Mentre la Casa Blu attendeva la visita di Kim entro la fine del 2018, la svolta potrebbe invece arrivare in concomitanza con il meeting tra il leader nordcoreano e Trump. Moon ha intenzione di usare pazienza e comprensione ma più il tempo passa e più il suo consenso politico tra gli elettori cala perché, per il momento, l’unico a guadagnare dal clima distensivo tra le due Coree è proprio Kim. Kim Jong Un ha giocato bene tutte le sue carte, ha capito quando fare sfoggiare i muscoli e quando ricorrere alla diplomazia. Adesso si trova paradossalmente in posizione privilegiata e tutti se lo contendono. Dopo aver provocato in ogni modo, Kim aspetterà di capire chi tra Xi, Trump e Moon inciamperà per primo per cause interne. A quel punto aspetterà ancora, per trattare poi da pari con l’unico dei tre in grado di restare in piedi. Che con ogni probabilità sarà Xi Jinping. Irrealistico che Kim abbracci gli Usa, inverosimile anche che il leader nordcoreano punti tutto su Moon, indebolito in casa da politiche economiche piuttosto impopolari. Nei prossimi anni, l’asse Pechino-Pyongyang diventerà ancora più determinante per il futuro della penisola coreana. Probabilmente, l’unificazione definitiva con la Corea del Sud è rimandata a quando (e se) gli americani decideranno di ritirarsi da Seul.

di Federico Giuliani

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