Per capire chi era Antonio Megalizzi, ascoltate una puntata del suo programma in radio. Ascoltate un podcast di EuroPhonica, il programma nato dall’ostinato ottimismo di un gruppo di ragazzi convinti di poter raccontare l’Unione Europea ai loro coetanei. Bisogna sentirlo al microfono, per ricordarsi della bravura e del calore di amico, di un collega, e non della cartella clinica che peggiorava di ora in ora.

Antonio era un giornalista appassionato diventato notizia suo malgrado. Meritava di essere conosciuto per il suo talento e non per un proiettile nella nuca. Ecco, dimenticatevi per un momento i titoli di giornale. Mettere le cuffie, aprire il loro sito web o Spotify, dove erano orgogliosamente sbarcati quest’anno. Ascoltate un podcast a caso, lo Spiegone del venerdì, per esempio, il riepilogo delle notizie della settimana. Ascoltate la passione, il ‘ciao’ caloroso con cui iniziava ogni collegamento. Ascoltate la risata dietro le sue parole, l’ironia, le metafore brillanti. Ascoltate l’entusiasmo contagioso di chi ama veramente quel che fa, e con la chiarezza di chi conosce le cose tanto bene che è facile spiegarle agli altri. Ascoltate le sue interviste, le dirette dal Parlamento, le sessioni plenarie che seguiva. L’ultima, quella di Strasburgo. Curioso, sagace, ironico, con un appetito insaziabile per la politica. Ascoltate il ricordo dei suoi colleghi, dei viaggi in treno e in pullman, delle interviste preparate di notte, dei gruppi whatsapp dalle mille notifiche, delle discussioni – perché sì, in ogni redazione si discute – e delle speranze condivise tra una birra e un piatto di canederli.

EuroPhonica è un piccolo miracolo “formato mp3”: ragazzi che parlano di Europa ad altri ragazzi. Portandoli dentro i corridoi del Parlamento, orientarli tra Commissioni, istituzioni, regolamenti, delibere. Trovando le parole per raccontare una visione politica che è più dell’Erasmus e del roaming dati. E perché no, trovare anche le parole per spiegare il quantative easing e la riforma del copyright in pillole: Antonio ci riusciva sempre, raccontava la procedura di infrazione come se spiegasse il fuorigioco agli amici. Oltre trenta emittenti universitarie si sono unite strada facendo: radio fatte con tanta passione e pochissimi fondi, collegate da una parte all’altra dello Stivale e parlano di Brexit, global compact e fake news. Basta un computer, un’auletta con due mixer e un microfono. Tutto qua.

La differenza la fa passione, gli sguardi di intesa tra conduttori a microfono aperto, le mille ore passate a scrivere la puntata “oh, e poi si improvvisa, dai”. Chi è passato da una radio universitaria, si ritrova a far parte di una strana e immensa famiglia, dove l’importante non è vedersi, ma ascoltarsi. Ci si conosce dalle voci e dai programmi: i siciliani di radio Zammù e i veronesi di FuoriAulaNetwork, i perugini di Radiophonica e i padovani di RadioBue, F2 da Napoli e Radio Sapienza dalla Capitale. EuroPhonica aveva fatto dj più: aveva creato un ponte tra tutti questi atenei, e tra altre emittenti sparse per l’Europa: Francia, Germania, Portogallo, Spagna. Una rete internazionale virtuale ma solida, baluardo di resistenza ai tempi dei sovranismi, dei muri, dei confini.

Dentro la grande famiglia del consorzio di Raduni si resta in contatto anche dopo, quando si lascia la piccola regia universitaria per fare altro. Quando è arrivata la notizia dell’attacco ai mercatini di Strasburgo, è partito un tam tam tra ex colleghi ed ex redattori. Un messaggio dopo l’altro, per fare l’unica cosa che si poteva fare fuori dalle mura dell’ospedale: farsi forza a vicenda, e pregare. Stringersi virtualmente intorno a chi è partito con lui.

Si è scritto e detto tante volte che la generazione post Millennials, la generazione Erasmus, quella dei nati intorno al 1990equalcosa, sia europeista non per scelta ma di fatto, abituata a girare tutta Europa senza mai cambiare moneta, fermarsi alla dogana o a tirare fuori il passaporto. Antonio no, era europeista di fatto e per scelta.Tanto da dedicare il suo tempo e le sue energie a capirla, studiarla, spiegarla, raccontarla. Nel faticoso percorso per prendere il tesserino da giornalista – percorso accidentato fatto di burocrazia, redazioni più o meno inaccessibili, maestri più o meno disillusi, articoli più o meno pagati – abbiamo parlato tante volte di come si fa questo mestiere oggi.

“Ma secondo te è utile questo corso?”. “Ma hai visto questo titolo?”. Abbiamo discusso di clickbait, pubblicità, gusti dei lettori. “Gestisco una radio – mi diceva sempre – Purtroppo so tutto di come si fanno quadrare i conti”. Ma era un pragmatico idealista: “Meglio meno pubblico, ma affezionato, che alti numeri senza interesse”. Avrà il tesserino, alla fine. Anche se chiunque abbia lavorato con lui vi confermerà che era un giornalista già prima, e nel profondo. Una volta, al Festival del giornalismo di Perugia, mi vide inquadrarlo con la macchina fotografica: “Aspetta – mi disse passandosi una mano tra i capelli – chissà che faccia ho stamattina”. Gli dissi di non preoccuparsi perché tanto realizzavo una serie di scatti dei taccuini dei giornalisti, una galleria di piccoli feticismi vintage da nostalgici della carta. Adesso mi dispiace non aver scattato un ritratto vero, non aver immortalato il sorriso, lo scintillio vispo dei suoi occhi. Ma tutto sommato c’era quello che bastava a ritrarlo: la sua penna e il taccuino.

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