“Far uscire il dentifricio dal tubetto è facile. E’ a rimetterlo dentro che ci riescono in pochi”. André entra nella chat Telegram dei gilet gialli pochi minuti dopo aver staccato dal lavoro: chiede chi c’è in giro, si prepara a raggiungere i compagni al posto di blocco più vicino. “Il dialogo non è più possibile. Ci siamo ripresi le strade, non lasciamole proprio ora”. Nelle decine di canali che il movimento ha aperto sull’app di messaggistica tra le più difficili da intercettare, il dibattito continua giorno e notte. E nelle ore che precedono il quinto sabato di mobilitazione in tutta la Francia sembra di stare dentro a un flusso di coscienza collettivo. “On lâche rien”, è la frase che i militanti scrivono più spesso. “Non ci arrendiamo”, è la traduzione dello slogan. Oggi inizia la quinta fase e il movimento si prepara all’esame più difficile: quello della durata. L’appuntamento è a Parigi: alle 10.30 in piazza dell’Opera ci sarà un’assemblea, poi dopo la conferenza stampa partirà la manifestazione. E quindi, tutti lo danno ormai per scontato, la guerriglia.

Nati nelle periferie rurali per protestare contro l’aumento del carburante, i gilet gialli hanno portato in piazza per quattro weekend di seguito centinaia di migliaia di persone. Così giovani e già hanno ottenuto due vittorie: la moratoria di sei mesi sulla crescita del prezzo della benzina e la resa di Emmanuel Macron davanti alla nazione intera con l’annuncio di una serie di misure sociali. Potrebbe già di per sé bastare per chiamarla un’impresa. Ma a loro non basta. Perché non solo il presidente della Repubblica è al minimo storico dei sondaggi, ma loro, i gilet gialli, godono per ora dell’appoggio della maggior parte dei francesi.

Che si vada in piazza o li si guardi in tv, piacciono ai francesi. Perché? Sono tutti e nessuno: se la lotta è contro le élite e per garantire la partecipazione diretta, chiunque può unirsi. Sono il popolo dell’astensione e delle schede bianche, cittadini abituati a non essere considerati dai sondaggi e che ora si trovano sulle rotonde delle strade provinciali a parlare di politica. Sono aperti a tutti, perché non si sentono di nessuno. Il patto non scritto prevede alcuni dogmi: no ai leader; ogni decisione si mette al voto dei presenti; diffidare dei corpi intermedi (sindacati, partiti o parlamentari). Quindi sì, è stato diffuso un programma in 25 punti, ma è solo indicativo: per prima cosa chiedono un referendum per introdurre più democrazia diretta in Costituzione. E sarebbe, per loro, già un grande passo.

E’ un momento di grande fluidità: “Stiamo facendo la storia“, è un’altra delle frasi che scrivono più spesso. Che sia vero o meno, gli scenari cambiano ogni ora e le analisi sono molto difficili. C’è chi, ad esempio, rivede nei gilet la scintilla delle rivoluzione francese. Altri ci ritrovano le spinte del Movimento 5 stelle italiano delle origini, che all’improvviso non sembra più così incomprensibile. Per altri ancora i gilet gialli sono stati infiltrati dall’estrema destra e da chi vuole far uscire la Francia dall’Europa. Sono letture che hanno ognuna a suo modo una logica. Su un punto sono tutti d’accordo: siamo di fronte a un fenomeno nuovo per la Francia e per l’Europa. E sopratutto per Macron ci sarà un prima e un dopo i gilet gialli: il movimento ha segnato definitivamente il suo mandato e, da oggi in poi, dovrà farci i conti.

L’atto V delle proteste dopo l’attentato di Strasburgo – La difficoltà più grande è mantenere costante la mobilitazione. Il 15 dicembre è il quinto sabato di manifestazioni e arriva a pochi giorni dall’attentato di Strasburgo, l’ennesimo che ha sconvolto il Paese. Il governo ha chiesto agli attivisti di stare a casa “per senso di responsabilità”. “Ma che significa?”, scrive in chat Camille. “Porteremo una rosa bianca per le famiglie delle vittime e un laccio nero per ricordare chi ha perso la vita. Quindi anche i nostri morti che dall’inizio delle manifestazioni sono stati sei”. Le replicano in tanti: tra loro c’è anche chi evoca ipotesi complottiste sulla “strana concomitanza”, così la chiamano, tra l’attentato e il picco delle manifestazioni dei gilet gialli. Ma subito vengono messi a tacere: “Così finisce che i media ci strumentalizzano”, interviene Lucie. Nel canale Telegram de la France en Colère, uno dei gruppi di riferimento, sono più di 4mila gli iscritti e aumentano ogni giorno. Poi su invito si può entrare in una delle tante chat dei gilet gialli di zona che hanno a loro volta centinaia di utenti. E’ lì che ci si conta, sempre lì che si elaborano delle strategie. Come ad esempio quella di fare assemblee locali per scegliere dei “portavoce” da mandare a trattare con i politici. “I parlamentari parlano in politichese per confonderci, dobbiamo imparare a contrastarli”, dicono. Per il momento è l’unica forma di organizzazione tollerata.

Rifuggono i leader, ma per forza di cose alcuni nomi sono emersi: c’è ad esempio Priscilla Ludosky, la 33enne che il 21 ottobre ha lanciato la petizione contro il prezzo del carburante; poi Jacline Mouraud che il 16 ottobre ha pubblicato un video contro Macron e invitato tutti coloro che sono solidali a esporre l’indumento sul parabrezza e ora viene disconosciuta perché “una delle più moderate”. Poi volti come Eric Drouet e Maxime Nicolle. Hanno parlato spesso a nome del gruppo, ma appena vengono nominati cala il gelo: il movimento è auto organizzato e così la maggioranza per ora vuole che rimanga. In queste ore si parla dell’opportunità o meno di mobilitarsi e di cosa raccontano i media (che restano i grandi nemici). “La televisione dice che stiamo mollando il colpo. Mi fanno ridere”, scrive Adrien. “Siamo uno tsunami”, gli risponde Khalid. “Ora blocchiamo l’economia. Abbiamo già occupato uno stabilimento di Amazon, ce la prenderemo con le altre multinazionali”. Per tutte le ore che precedono l’inizio delle manifestazioni, in chat ci si organizza: “Chi viene da fuori Parigi, lasci la macchina in banlieue. Vi prendiamo su noi, non ci faremo fregare se sopprimono i i treni”. Gira anche un volantino su cosa prendere su per proteggersi dai lacrimogeni e partecipare alla guerriglia. L’altra paura è che in piazza oggi ci siano solo i casseurs, quelli che vanno per spaccare: “Perché non ci sediamo per terra nelle strade quando andiamo a manifestare? Così sarà più facile per la polizia individuare i vandali. Dobbiamo far capire che siamo le vittime, se no non avremo più il sostegno massiccio dei francesi. Restiamo pacifici”, è l’appello.

Le promesse di Macron che dividono la piazza – Fino al weekend scorso sembrava che il movimento dei gilet gialli stesse cavalcando un’onda inarrestabile. Poi c’è stato il discorso di Macron alla nazione e le sue parole hanno aperto un varco, tanto da convincere alcuni a lasciare la piazza. Nelle chat il malcontento è grande. “Ci vogliono far passare per stupidi”, scrive Camille. “Credono che ci berremo quelle promesse”. Seguono decine di messaggi di sostegno: “Resistiamo”. Silvye è più scettica: “Ho paura che una parte del movimento lasci”. Ma la bloccano in massa: “Nessuno, neppure chi approfitta delle misure promesse, ha intenzione di abbandonare il campo”. Il sondaggio parte spontaneamente: “Vi riguarda l’aumento di 100 euro di salario minimo?”. Le risposte impallano la chat: no, no, no, no, no. Sono decine. Interviene François: “Quei soldi erano già previsti, ha solo anticipato l’intervento”. Quindi la contestazione: “Non ha rimesso la tassa sulle grandi ricchezze che ha tolto a inizio mandato per fare un favore ai suoi amici delle lobby. E’ tutto fumo”. E ancora: “Non si pensa alle classi medie che pagano più tasse di tutti e che si ritrovano il 15 del mese allo stesso livello di vita di chi prende il salario minimo”. Loro non ci credono, eppure quelle parole sono riuscite a placare la rabbia di alcuni.

Per Lenny Benbara giornalista e direttore di Le Vent Se Lève, media indipendente vicino alla sinistra radicale de la France Insoumise, ora si vedrà la maturità del movimento: “Bisogna vedere se ci sarà qualcuno in grado di de-costruire il discorso di Macron e di far capire alle masse che quello che ha promesso è molto limitato”. Per il presidente della Repubblica comunque, continua Benbara, la situazione rimane critica: “Macron è stato scelto per la spinta riformatrice che aveva promesso. Gli elettori volevano un cambio consistente, che però si è tradotto solo in un rinnovamento delle facce. Abbiamo già visto in passato presidenti della Repubblica in crisi di consenso, ma mai istituzioni così deboli. Io non mi stupirei se Macron dovesse essere costretto alle dimissioni. Quello che è certo è che da qui non si torna indietro”. La forza dei gilet gialli sta nel loro essere un movimento “trasversale” che, secondo Benbara, assomiglia al Movimento 5 stelle italiano delle origini. Sia per le diverse persone che riesce a radunare al suo interno, ovvero “è interclassista”, sia per la capacità di attirare i consensi da destra come da sinistra. E, da non dimenticare, il grande uso dei social network: “Il movimento si organizza in rete, proprio come il M5s”. La differenza consistente con i grillini è che i gilet gialli continuano a non avere un leader. “Ma ciò che conta”, conclude, “è che siamo di fronte a un fenomeno populista che disconosce i copri intermedi di rappresentanza e che combatte i privilegi delle élite. Per la Francia è la prima volta”.

E se fanno un partito? – L’evoluzione naturale del movimento per molti osservatori è quella di fare il grande passo ed entrare nell’agone politico, addirittura con un partito da presentare alle prossime Europee. Anche di questo si parla nelle chat in rete. “Non dobbiamo fare il loro gioco“, scrive Eleonore. “Non facciamo l’errore di fare una lista. Non siamo pronti”. Le risponde Stéphane: “Noi siamo come l’acqua. Quando il potere ci mette la mano dentro non riesce a prenderla, ma se ci sono dei capi si dividerà in piccoli ruscelli e sarà imprigionata in bottiglie. Ma serve comunque dare una direzione a quest’acqua. La vera questione è però come farlo senza limitarci”. Uno degli utenti che si firma “sogno di giustizia” scrive: “Dovremmo riuscire a unire tutti gli astensionisti, a darci una casa per poter votare finalmente”. Ma l’idea non piace: “Così ci buttiamo nella bocca del lupo”. “Non possiamo usare le loro regole. I politici sono esperti, se entriamo nel sistema ci massacrano. Restiamone fuori e facciamo pressione”. Proprio la diffidenza verso i partiti organizzati ha per il momento protetto il gruppo dalle contaminazioni. Chi più degli altri sta provando a far parte del movimento sono gli esponenti de la France Insoumise, che da tempo predicano “il populismo di sinistra”: “Noi non vogliamo mettere il cappello al movimento, ma esserne parte”, è il loro ragionamento.

Chi è convinto che non ci sarà una strutturazione politica è il sociologo e professore all’Ecole des hautes etudes en Sciences Sociales Michel Wieviorka: “Quello dei gilet gialli è un movimento sociale nato in una situazione di profonda crisi del Paese”, spiega. “Le dinamiche che lo hanno prodotto sono diverse. La difficoltà alla mobilità intanto, dovuta a due misure statali che hanno colpito i lavoratori: l’aumento della benzina aumenti e la decisione del governo di abbassare il limite di velocità sulle strade a 80 km/h. Poi la desertificazione: protesta chi vive in periferia, dove si pagano le tasse per servizi di cui non si usufruisce. La rabbia non ha avuto risposte e il risultato sono state le rivolte”. Nella collera sono poi emerse richieste politiche: “I manifestanti chiedono le dimissioni del presidente, lo scioglimento del Parlamento e l’abolizione del Senato. Quindi la fine della Quinta Repubblica francese”. Ora però, secondo Wieviorka, i gilets jaunes sono di fronte a un bivio: “Dopo le parole di Macron una parte accetterà le promesse, un’altra dirà che non è sufficiente. E si andrà verso una radicalizzazione del fronte con un aumento delle violenze”. Non nascerà per ora un partito politico: “Non è il momento. E’ un movimento inedito, che in Francia non abbiamo mai visto. E non concordo con chi fa parallelismi con il passato”. E se ancora non sono maturi per istituzionalizzarsi, per Macron non è tutto finito: “Non ha concesso ancora tutto”, chiude, “può ancora salvarsi”. Sempre che la Francia non decida di andare fino in fondo e decapitare una volta per tutte,  certo metaforicamente, il suo Jupiter Macron.