Le pensioni di reversibilità hanno un ruolo importante nel rendere più equi gli standard di vita dopo la morte di un partner, ma non dovrebbero avvantaggiare le coppie rispetto ai single né rappresentare un disincentivo al lavoro. Per questo i destinatari non dovrebbero ricevere la pensione prima dell’età del ritiro dal lavoro. Lo scrive l’Ocse nel suo Outlook Pensions 2018.

L’Italia, ribadisce il report, è il Paese dell’area Ocse che spende di più per le pensioni di reversibilità rispetto al pil: il 2,6% del pil contro una media dell’1%. Dietro ci sono Grecia e Spagna, con una spesa di oltre il 2,3% del pil. Al contrario spendono meno dello 0,5% del Pil dodici Paesi tra cui Australia, Svezia, Canada, Norvegia e Regno Unito. Con un esborso vicino ai 42 miliardi di euro per 4,4 milioni di percettori, in pratica in Italia gli assegni ai superstiti assorbono un sesto del totale della spesa pensionistica, che l’Inps fissa al 15,2% del pil. Tuttavia, come ricordato dai sindacati, per effetto della legge Dini del 1995 l’importo delle pensioni di reversibilità è già condizionato al reddito: più alte sono le entrate del coniuge superstite, meno riceve dall’Inps.

Il nostro paese è fra i più generosi anche per quanto riguarda le condizioni per l’erogazione degli assegni di reversibilità: non esiste un’età minima per ottenere questo tipo di pensione (con assegni al 60% della pensione del partner scomparso) mentre, ad esempio, negli Stati Uniti si parte dai 60 anni e in Lituania dai 63 anni, ovvero la normale età pensionabile. E proprio l’invito ad agganciare questa soglia è una delle raccomandazioni dell’Ocse ai paesi membri: per i superstiti più giovani dell’età pensionabile, l’organizzazione suggerisce benefici temporanei in grado di attenuare il disagio legato alla scomparsa del partner. In ogni caso, spiega l’Ocse, l’assegno di reversibilità andrebbe esteso alle unioni civili e alle forme di legami formali. Oggi in Italia e pensioni di reversibilità vanno per l’85% alle donne, ma il matrimonio resta il requisito per accedere all’assegno, mentre un certo numero di Paesi ha esteso il meccanismo alle unioni civili.

I sindacati italiani hanno subito criticato le conclusioni dell’Ocse. Secondo il segretario confederale della Cisl, Ignazio Ganga, è “sconcertante l’affermazione dell’Ocse per cui le pensioni di reversibilità potrebbero disincentivare la ricerca di un lavoro” perché “gran parte dei percettori sono cittadini e cittadine di età elevata che poco o niente hanno a che fare con le dinamiche del mercato del lavoro e semmai il problema Ocse andrebbe valutato nell’ambito dei cambiamenti della struttura della società italiana che registra un andamento (fortunatamente favorevole) rispetto all’aspettativa di vita”. “In secondo luogo ci piace ricordare all’Ocse che il contributo versato all’Istituto di Previdenza per le pensioni comprende già in origine la prestazione per i superstiti e non è un caso che la normativa sia indicata secondo l’acronimo IVS dove la “S” sta per l’appunto per “superstiti. In terzo luogo, per effetto della legge Dini del 1995 l’importo delle pensioni di reversibilità in Italia è condizionato dal reddito, per cui più alto è il reddito del coniuge superstite meno questi prende per la reversibilità e il taglio è molto rilevante”.

Il segretario confederale della Uil Domenico Proietti ha aggiunto che la reversibilità in Italia “è un sistema equo, da tempo riformato, a garanzia della piena valorizzazione dei contributi versati dai lavoratori e rappresenta un sostegno al reddito delle famiglie”.