L’essenza di Ozzy Osbourne “in quanto tale”, sta tutta nelle sue ultime dichiarazioni: quelle nelle quali spiega come mai, dopo essersi quasi ucciso anni fa girando in quad nel giardino di casa sua, una manicure “sbagliata” alla mano destra lo ha portato per l’ennesima volta vicino alla morte. “Sono mancino e facevo fatica a pulirmi il culo: contando che non c’erano tante persone in giro disposte a farlo al posto mio”. Settant’anni oggi, John Michael Osbourne nasce e cresce nei sobborghi di Birmingham emancipandosi e venendo alla ribalta grazie al suo goffo carisma e soprattutto a seguito dell’incontro col “mago dei riff” Tony Iommi: unico membro sempre presente in formazione nei Black Sabbath. All’alba degli anni Ottanta, dopo i due pessimi piazzamenti ottenuti con gli ultimi Technical Ecstasy e Never Say Die!, intraprende la carriera solista sotto l’ala protettiva del manager dei manager Don Arden e di sua figlia Sharon: poi divenuta sua moglie.

L’innamoramento, in questo caso artistico, con Randy Rhoads – pioniere dello shredding – consegna per sempre il suo nome alla leggenda grazie a dischi quali il primo Blizzard Of Ozz (1980), il successivo Diary Of A Madman (1981) e, in aggiunta, quelli della terza resurrezione e dell’inizio del sodalizio musicale intrapreso stavolta con Zakk Wylde (Rhoads morirà tragicamente a neanche 26 anni): No Rest For The Wicked (1988) e No More Tears (1991). Nel mezzo anche l’amicizia, storica, col defunto leader dei Motorhead Lemmy Kilmister, che per lui scrisse – tra le altre – la splendida Mama I’m Coming Home: “Buttò giù il testo in meno di 2 ore”  dice Ozzy “Me ne portò tre diverse versioni”.

Ma le cose migliori Osbourne le ha fatte sicuramente (tornando a bomba) coi Black Sabbath: col dovuto ed enorme rispetto che va portato alle sue sortite da solista. Assieme al già citato Iommi, e col supporto degli altri due compagni di band Geezer Butler e Bill Ward ha prodotto e consegnato alle stampe cinque album (i primi) fondamentali per la nascita e lo sviluppo dell’heavy metal, tenendo botta pure con l’ultimo 13: il disco della reunion cooptato sapientemente da quella vecchia volpa che è Rick Rubin. L’addio alle scene, ormai due anni fa, il 4 febbraio proprio a Birmingham: la loro città natale. “I Black Sabbath sono i Beatles dell’heavy metal”, ha detto Dave Navarro. E se Ozzy del genere non è il re, rimane sicuramente uno dei più grandi interpreti dei nostri tempi.

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