Proviamo a pensare alla violenza sulle donne come al segno di un profondo malessere maschile, un disturbo pervasivo che attacca e in genere fa soffrire chi lo mette in atto e chi lo subisce. Nel caso non ci sia, da parte dell’uomo che compie violenza, alcuna consapevolezza e rincrescimento del suo agire, il problema cambia di livello, acquisendo un’ulteriore rilevanza giudiziaria e psichiatrica.

Quest’ipotesi non ha nessun intento giustificazionista, né cerca di indulgere verso quei maltrattamenti impari dove una persona fisicamente più forte sottomette e maltratta una persona più debole. Siamo semplicemente alla ricerca di un vertice di osservazione che si elevi dalla semplice radiocronaca dei fatti e possa essere di aiuto nella “cura” e nella prevenzione dei comportamenti violenti, che dalle statistiche diventano sempre più frequenti.

Purtroppo la violenza intra-familiare innesca una riproposizione senza fine ripercuotendosi sui figli, spesso minori, che vedono nell’atteggiamento del padre un evento pauroso e traumatico, spesso ripetuto e accresciuto dall’impossibilità di ricevere aiuto dalla madre-vittima. È probabile che questi stessi figli possano diventare il veicolo di riproposizione di questo modello di comportamento verso le nuove generazioni. La società attuale, in un mondo geo-economico in grave crisi, sembra vedere nel globalismo una possibile difesa, ma la complessità del sistema aumenta la sensazione dei singoli individui di non avere un potere di trasformazione sul mondo. Inoltre, diminuisce il potere di aggregazione, perché i “nemici” non sono più ben individuabili: questo aumenta il senso di solitudine. A ciò si aggiunga che il globalismo economico continua a proporre modelli di vita luccicanti ed esasperati che impattano psicologicamente sia in chi vive in società consumistiche, sia in chi le vede come mete da raggiungere.

Nel commovente libro di Khaled Hosseini Preghiera del mare suggestivamente illustrato da Dan Williams, un padre parla al figlio: “Ti ho detto: ‘Dammi la mano. / Non ti succederà niente di male’. / Sono solo parole, / l’espediente di un padre. / La fiducia che riporti in me / mi strazia. / Perché questa notte riesco solo a pensare / a quanto è profondo il mare, / a quanto è vasto e indifferente. / E a come sono impotente io, / incapace di proteggerti”.

Gli uomini, le donne e i bambini che vengono dal mare, nonostante possano affrontare in questo momento storico difficoltà maggiori delle nostre, sono esattamente come noi: specchi che riflettono le nostre stesse paure, le nostre stesse speranze, i nostri stessi miti e le scarse opportunità per raggiungerli. Se le donne sono sottoposte a stereotipati pregiudizi sociali, come la bellezza, la dolcezza, la remissività, gli uomini devono fare i conti con una designazione che mitizza la loro dominanza, forza, sicurezza e il successo nel mondo del lavoro.

Nel sentirsi inadeguati, molti uomini si vergognano e si deprimono se non riescono a raggiungere il loro mito interno di essere i piccoli eroi delle loro famiglie. La loro fragilità gli fa temere di non essere amabili, né in grado di rendere felici moglie e figli, che da oggetto di amore si trasformano in nemici e responsabili del fallimento narcisistico. Questo attiva difese primitive animalesche, frutto di un percorso evoluzionista non ben concluso. In questa paranoica visione la donna, attraverso un meccanismo di proiezione della colpa, viene vista come la provocatrice che attiva la parte mostruosa dell’uomo. La violenza è la “delirante” punizione inferta da chi diventa carnefice per non sentirsi vittima verso una persona resa vittima perché vista come carnefice.

Di fronte a un comportamento violento portato avanti in uno stato mentale di non completa lucidità, alla donna rimangono due strade entrambe inefficaci: reagire o subire. La prima rischia di portare a un’escalation diretta. La seconda, oltre a essere più umiliante, peggiora anch’essa la situazione perché fa sentire l’uomo privo di un contenimento e nella necessità di mettere in campo un’ulteriore violenza per superare l’immagine della propria “mostruosità”. Rimane la richiesta di aiuto, che può aumentare anche la consapevolezza maschile in un momento di maggiore lucidità.

Bene dunque i mass media quando affrontano questi argomenti, i centri antiviolenza dove le donne si rivolgono sempre con maggiore fiducia, i luoghi che offrono una psicoterapia sociale: perché già arrivarci, da soli o in coppia, è una grande conquista. Ma anche gli amici, la scuola i colleghi di lavoro possono fare molto, facendo sentire a chi riceve violenza che non è solo.

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