Saranno sette gli agenti dei servizi segreti egiziani a finire nel registro degli indagati nell’indagine delle Procura di Roma sull’omicidio di Giulio Regeni. Nei loro confronti i pm contestano il reato di sequestro di persona. Arrivano conferme e nuovi dettagli rispetto alle intenzioni dei pm romani di dare una svolta alla ricerca della verità su quanto è successo al ricercatore italiano tra il 25 gennaio e il 4 febbraio del 2016 al Cairo.

L’atto verrà formalizzato dal pm Sergio Colaiocco nei primi giorni della prossima settimana e riguarderà poliziotti e agenti della National Security, il servizio segreto civile egiziano, che erano stati identificati dagli uomini di Ros e Sco, con nomi e cognomi. Tra loro ci sono il maggiore Magdi Abdlaal Sharif, il capitano Osan Hemly e altre cinque persone, invece di tre come annunciato in precedenza. Poliziotti e carabinieri italiani hanno analizzato tabulati telefonici e testimonianze: il forte sospetto, scrive il Corriere della Sera, è che queste persone abbiano pedinato e controllato Giulio Regeni, almeno fino al 25 gennaio, giorno della sua scomparsa. Secondo chi indaga, sono gli stessi uomini che hanno messo in atto il depistaggio per complicare la ricerca della verità sul ricercatore 28enne.

Il lavoro degli investigatori italiani è noto alle autorità egiziane da almeno un anno: era infatti contenuto in una informativa poi consegnata a Il Cairo nell’incontro svolto nel dicembre 2017. A un anno di distanza, nel corso del decimo vertice con gli omologhi nordafricani, la delegazione di inquirenti romani si aspettava un riscontro. Invece, come si legge su Repubblica, si sono trovati davanti sette paginette senza ulteriori dettagli. Da qui, la volontà di imprimere una svolta al fascicolo aperto quasi tre anni fa a piazzale Clodio. Un atto che rappresenta un passaggio formale e necessario in base al nostro tipo di ordinamento, a differenza di quello in vigore in Egitto. Uno scatto in avanti che ufficialmente, spiega chi indaga all’agenzia Ansa, non avrà ripercussioni sull’attività congiunta svolta in questi anni tra le due autorità giudiziarie e che durerà anche nei prossimi mesi.

Ma nella realtà è una decisione, giudicata evidentemente inevitabile dal procuratore Giuseppe Pignatone, che sancisce il fallimento della via diplomatica e l’insoddisfazione per i risultati raggiunti dalla magistratura egiziana. Il sostanziale immobilismo del Cairo, si legge sul Corriere, è proseguito anche negli ultimi 12 mesi: così i pm romani hanno deciso di fare da soli, per provare a svolgere ulteriori verifiche. Tutto questo mentre il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, afferma invece che “sul caso Regeni credo che il governo, con tutti i suoi esponenti e il Parlamento, con tutti i suoi esponenti di maggioranza e opposizione, stiano facendo il massimo“. “Poi purtroppo governiamo in Italia e non in Egitto”, ha detto ai cronisti fuori da Montecitorio. 

Nel corso dell’incontro bilaterale tra le due magistrature, la delegazione italiana ha depositato gli esiti degli approfondimenti investigativi svolti sulle attività condotte da Regeni nell’ambito del dottorato di ricerca. Dal canto loro la squadra investigativa egiziana ha presentato gli esiti degli accertamenti tecnici condotti sulle registrazioni video delle telecamere del circuito di videosorveglianza della metropolitana del Cairo del 25 gennaio 2016, e in particolare ha riferito in ordine alle ragioni delle mancate registrazioni rilevate quella sera.

In particolare, su questo punto, gli inquirenti egiziani hanno sostenuto che secondo i loro tecnici i buchi riscontrati nel “girato” sono dovuti ad una sovrascrittura. Resta il fatto che dall’analisi dei video non è stato possibile individuare alcuna immagine di Regeni. I filmati analizzati rappresentano il 5% del totale ripreso il 25 gennaio 2016 dalle telecamere posizionate all’interno della metropolitana del Cairo (il restante 95 per cento non è risultato utilizzabile). Il lavoro ha riguardato i video di tutta la linea 2 della metro e non soltanto quelli presenti nelle stazioni El Bohoth e Dokki nell’orario compreso tra le 19 e le 21. Lì il dottorando 28enne prese la metro la sera del 25 gennaio 2016: alla stazione di Dokki, dove lo attendeva un amico, non arriverà mai. Almeno su questo punto i magistrati italiani, dopo un accertamento richiesto nel maggio scorso, si attendevano una risposta precisa e invece hanno ricevuto un “sono cose che capitano”. E sono andati avanti in autonomia.