Poi un mattino di novembre a Torino arrivò Blaze. Cappellaccio sformato, spillette peace and love sul bavero, chitarra classica a tracolla, barbona lunga alla ZZ Top, orecchino e vocali nasali alla Dr. John. Il cantautore deep south, omone grande grosso e zoppo, un po’ country e un po’ folk, che l’attore Ethan Hawke ha voluto raccontare, ritrarre, anche solo pennellare, nell’immensità di una vita, di una corda di chitarra pizzicata, ai bordi di una strada polverosa, dentro a un bar a registrare un live mentre chiunque passava lo interrompeva, è protagonista del nostro film del cuore al TFF36.

Blaze Foley, interpretato da un immenso cantante e qui attore, Ben Dickey, è vissuto davvero. Ha abitato in Georgia, dentro ad una baracca su un albero, assieme alla moglie Sybil (Alla Shawkat), e probabilmente tra una lamiera e un  materasso sfondato, un fornelletto a gas e una finestra dai vetri crepati, ha scritto le più belle canzoni d’amore che abbiamo mai ascoltato. “Non devi guardare ad Est per vedere la luce che sorge, la luce è già dentro di noi”. Uno dei tanti versi che Blaze ha composto lì tra i rami, amando la sua “musa”, e che poi ha tenuto a mente senza registrare alcunché, portandolo in un mini tour, assieme ad una band raccogliticcia, casuale, e a un altro country singer come Townes Van Zandt (nel film interpretato mirabilmente da Charlie Sexton), suo amico nei momenti più difficili, quelli della rapida caduta tra alcool e la morte a 39 anni. La storia di Blaze nel film di Hawke sembra come senza tempo. Si scompone e ricompone nello spazio di un’America rurale, disgraziata e dignitosa, attraverso tre punti di vista di chi la storia dell’autore di album per la maggior parte perduti l’ha probabilmente conosciuta. Le tre voci si compenetrano, si mischiano, si fondono nelle melodie di Blaze.

Partiture struggenti e dolorose, intime e universali, sconosciute almeno per noi europei e/o italiani, ma anche per una fetta enorme di americani. Il tempo del racconto avanza, l’idillio sentimentale e l’apice compositivo si sfaldano lentamente. Esplode silenziosa e graduale la possibile ascesa, un terzetto di petrolieri che fondano un’etichetta e spingono i cantante per portarlo nei locali del Nord (Sam Rockwell, Steve Zahn e il regista “amico” Richard Linklater).

Cocaina, prostitute, e infine l’ispirazione che sfuma. È il biopic musicale dell’anno questo Blaze. Perché la regia osa ogni momento di perdersi tra l’evocazione e l’emozione della musica di Foley, e la scrittura (Hawke e la vera moglie Sybil) sa ricomporre un tessuto vitale e psicologico del singolo parlando contemporaneamente dell’origine e della finitezza dell’atto creativo. “Il nostro ego è un’illusione”, affermava Blaze/Dickey che prima di attaccare un pezzo faceva lunghe premesse da sbronzo. Una canzone, un album, una “carriera” di musicista, di artista, di attore, ha bisogno di essere ascoltata, vista, “comprata” per testarne lo spessore, l’essenza, la qualità? Blaze cantava l’amore, ma la sua poesia era fatta di scoiattoli, piccioni e maiali, cadillac e greyhound che partono e vanno lontano.  Girato con una Red Epic Dragon 6k, videocamera leggerissima che non pesa nemmeno due chili, Blaze ha la grana densa e definita di un quadro impressionista e vive di una controllata dinamicità che sa sempre ad ogni angolo di inquadratura di autentica tranche de vie. Prima che esca da qualche parte, in qualche luogo del mondo al cinema, andatevi ad ascoltare Foley vero e poi se vi capita confrontatelo con Ben Dickey. C’è da tremare.