Ha fatto scalpore la notizia del ministro della sicurezza informatica giapponese che ha recentemente ammesso di non aver mai usato un computer. Ma sinceramente mi preoccupa di più il fatto che nella pubblica amministrazione italiana – come ha dimostrato l’indagine della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal collega Paolo Coppola, prestato nella scorsa legislatura alla politica – in moltissimi ministeri ed organi della Pa centrale sia scandalosamente assente la consapevolezza del ruolo dell’informatica come strumento di controllo e di supporto al governo dell’organizzazione (“pensare al digitale come qualcosa di relativo all’acquisto di tecnologia, funzionale e secondario alle decisioni strategiche”).

Tornando al caso specifico, penso che i ministri debbano soprattutto essere dei politici e non dei tecnici. Il ministro della Sanità non deve necessariamente essere un medico, né quello dei lavori pubblici un ingegnere, o quello della giustizia un avvocato o un giudice. Certamente la conoscenza tecnica del settore potrebbe aiutare, ma considerare un ministro come il massimo riferimento tecnico del suo settore fa perdere di vista l’impatto sociale delle decisioni del suo ministero. Vi possono essere molte soluzioni tecniche per affrontare uno stesso scenario sociale: nessuna è quasi mai la soluzione ottimale sotto ogni punto di vista, perché queste scelte impattano sulla società, nella quale ci sono classi tra loro in conflitto.

Compito squisitamente politico di un ministro è trovare la sintesi tra queste differenti esigenze, nell’interesse generale dello Stato e dei cittadini. Tale sintesi non può mai essere condotta soltanto sulla base di elementi tecnici, che ovviamente devono essere tenuti presenti ma non possono essere i soli a determinare la decisione finale, proprio perché non si tratta di una scelta tecnica. La soluzione dei conflitti sociali è compito della politica: quando essa abdica a favore della tecnica, la democrazia viene pugnalata alle spalle.

Insomma, il ministro giapponese della sicurezza informatica non conosce la tecnologia digitale, però – se è un persona che ha avuto responsabilità di organizzazioni nel governo – saprà ben comprendere le problematiche della sicurezza informatica. Perché in fin dei conti, al di là del fatto che avvengano in un contesto tecnicamente molto sofisticato, queste sono soprattutto problematiche legate al fattore umano e il loro elemento critico è sempre l’uomo.

Sempre di più nella società digitale il flusso dei dati è la linfa vitale di ogni organizzazione, fattore essenziale per l’efficienza e l’efficacia di ogni attività. Lo è sempre stato, come sanno tutte le persone con responsabilità strategiche o direttive sia nel pubblico che nel privato, ma nella società digitale – come gli ultimi scandali legati a trattamenti troppo “distratti” dei dati hanno provato in modo eclatante – è diventato il nuovo “oro nero”. Invece, non comprendere questo ruolo fondamentale dei dati e delle informazioni per la vita di ogni organizzazione, come il loro trattamento automatico attraverso l’approccio rivoluzionario reso possibile dall’informatica sia l’elemento essenziale per determinare il successo o il fallimento di un’organizzazione, è un problema di cui sono molto preoccupato.

I partiti dovrebbero capire che i sistemi informatici introdotti in modo sinergico con la realtà organizzativa e i suoi processi decisionali sono la chiave per realizzare una pubblica amministrazione efficiente ed efficace. Quando sono al governo, questi aspetti dovrebbero esser parte essenziale del loro programma e della loro agenda, e per l’opposizione dovrebbero essere elemento di critica continua e implacabile.

Purtroppo la rivoluzione dell’informatica, diversamente dalla rivoluzione industriale, è avvenuta nel giro di una stessa generazione. Ricordate il 1993? Nella vita dell’uomo della strada non c’erano i social, nelle aziende si iniziava a usare la posta elettronica, giornali e televisioni erano ancora i signori incontrastati dei media. Venticinque anni dopo queste situazioni sono completamente cambiate, mentre l’essere umano è sempre lo stesso, non ha organi di senso per essere direttamente in contatto col mondo digitale in cui si trova però improvvisamente immerso fino al collo.

A questa mancanza si può rimediare solo con un’educazione capillare sull’informatica, la scienza che ha reso possibile la società digitale: che venga attuata verso tutti i cittadini e che inizi per le nuove generazioni sin dai primi anni di scuola, perché ne va di mezzo il futuro della democrazia. Dovrebbe essere un tema condiviso tra maggioranza e opposizione, perché gli studenti di oggi sono il nostro futuro. Il governo del cambiamento sarà in grado di fare la differenza?

Il dialogo con i lettori interessati a questo tema proseguirà, trascorso il tempo qui disponibile per i commenti, su questo blog interdisciplinare.

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