Theresa May difende l’accordo e va avanti, ma le acque nel governo si fanno sempre più agitate. L’annuncio dell’intesa trovata con Bruxelles per l’uscita del Regno Unito dall’Ue ha causato un terremoto nel governo: due ministri – Dominic Raab, titolare del dicastero per la Brexit, ed Esther McVey, responsabile di Lavoro e pensioni – e tre sottosegretari hanno presentato le dimissioni.

Al loro posto subentrano il ‘brexiter’ Stephen Barclay, ex banchiere alla City e sottosegretario alla Sanità, e torna al governo Amber Rudd, una ‘remainer’ fedelissima alla May che era stata costretta a dimettersi da ministra dell’Interno con l’accusa di aver mentito al parlamento sullo scandalo dei diritti negati ai miranti storici caraibici della cosiddetta generazione Windrush. Ma in seguito un’inchiesta interna ha stabilito che sarebbe stata a sua volta ingannata da alcuni funzionari. E la loro sostituzione è stata completata anche a livello di sottosegretari. John Penrose sostituisce Shailesh Vara come ‘junior minister’ al dicastero per l’Irlanda del Nord, mentre Kwasi Kwarteng, un altro giovane deputato brexiteer (di origini familiari africane) rimpiazza Suella Braverman come sottosegretario alla Brexit. Stephen Hammond, infine, subentra nel ruolo di sottosegretario alla Sanità a Stephen Barclay, appena promosso ministro per la Brexit.

La fronda ostile dei Tory ha dichiarato guerra aperta al primo ministro, presentando una richiesta di mozione di sfiducia sulla sua leadership nel partito. Il tutto a meno di due settimane dall’approdo a Westminster della bozza d’accordo per l’esame alla Camera dei Comuni. Questa mattina a tutti i componenti del governo “hanno ricevuto l’indicazione di cancellare gli impegni legati al loro collegio e presentarsi in Parlamento oggi”, riferiva Sky News, citando una fonte vicine all’esecutivo, secondo la quale un voto di sfiducia alla May sarebbe stata a quel punto “probabile“. Poi, nel pomeriggio, il Chief Whip del Partito Conservatore (capogruppo alla Camera dei Comuni e membro del governo) ha annullato la convocazione straordinaria. La convocazione riguardava tutti i ‘whip’, cioè i soli componenti dell’ufficio di presidenza che nell’ordinamento britannico aiutano a coordinare i lavori parlamentari.

Tory, la richiesta di un voto di sfiducia verso la leadership della May – L’avvio dell’iter richiede la firma di almeno 48 deputati, numero che i ribelli sembrano in grado di raggiungere. Nelle ultime ore si è aggiunta l’adesione di John Whittingdale, ex ministro della Cultura nel governo Cameron, il quale ha confermato d’aver inviato una lettera a sostegno della mozione al comitato 1922, l’organismo interno che sovrintende alle procedure per l’elezione del leader del Partito Conservatore. Il presidente, Graham Brady, ha tuttavia affermato di non essere ancora al corrente del raggiungimento del quorum necessario, a dispetto di indicazioni che lo danno già per superato. Poi, in caso di voto, occorrerebbe un minino di 158 sì per scalzare May dalla guida del partito, soglia considerata fuori portata salvo sorprese.

Intanto nel governo le acque non paiono destinate a calmarsi in fretta. La Bbc ha riferito che il ministro per l’Ambiente Michael Gove ha rifiutato l’offerta della May di nominarlo ministro per la Brexit, prendendo il posto del dimissionario Dominic Raab. Il diniego sarebbe arrivato dopo che la stessa May non gli avrebbe permesso di rinegoziare l’accordo siglato due giorni fa. Ora Gove, riporta l’emittente, starebbe addirittura considerando l’ipotesi di dimettersi, ma nel pomeriggio lui stesso ha smentito l’ipotesi.

“Intendo continuare a lavorare con i colleghi del governo e con tutti i colleghi in Parlamento, per assicurarci che avremo il miglior futuro possibile per il Regno Unito. Penso sia vitale che ci concentriamo sull’ottenere l’accordo giusto nel futuro e nel garantire che, su temi importanti per il popolo britannico, riusciamo a ottenere il giusto risultato”. Quando gli è stato domandato se abbia fiducia nella premier, Gove ha aggiunto: “Sì, assolutamente“.

Inoltre, Gove avrebbe concordato con altri quattro ministri di non dimettersi, per lavorare insieme”, ha dichiarato una fonte ancora alla Bbc: si tratterebbe dei segretari al Commercio internazionale Liam Fox, ai Trasporti Chris Grayling, allo Sviluppo internazionale Penny Mordaunt, ai Rapporti con il Parlamento Andrea Leadsom. “Dimettersi e unirsi in una rivolta non aiuterà”, sarebbe la loro posizione congiunta.

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